Il destino degli altoforni dell’ex Ilva di Taranto sembra ormai segnato, almeno sul piano giudiziario. Il 5 ottobre 2026 la Corte d’Appello di Milano, sezione imprese, ha respinto la seconda richiesta di sospensione presentata dai legali di Ilva S.p.A. e di Acciaierie d’Italia (AdI), confermando che lo spegnimento dell’area a caldo — cokeria e altoforni compresi — dovrà essere completato entro il 28 ottobre 2026. Una decisione che chiude, almeno per ora, ogni margine di manovra per chi puntava a guadagnare tempo attraverso la via giudiziaria.
Una conferma che arriva per la seconda volta
Non si tratta di una novità assoluta. La Corte d’Appello di Milano aveva già confermato l’ordine di spegnimento in una precedente pronuncia, risalente all’estate: l’ordine originario era stato emesso a luglio 2026. Il ricorso respinto il 5 ottobre rappresenta dunque il secondo tentativo da parte di Ilva S.p.A. e Acciaierie d’Italia di ottenere una sospensione cautelare, e il secondo diniego da parte dei giudici milanesi.
Questo elemento non è secondario. Significa che la corte ha valutato per due volte le argomentazioni delle società e per due volte ha ritenuto che non esistessero le condizioni per bloccare l’esecutività dell’ordine di chiusura dell’area a caldo. Il ragionamento giuridico alla base della decisione è esplicito: il diritto alla salute prevale. Una formulazione che richiama direttamente i principi costituzionali e che, nel contesto di Taranto — città al centro di decenni di dibattito sull’impatto sanitario dell’impianto siderurgico — ha un peso specifico evidente.
Il nodo degli ex Ilva di Taranto: altoforni e area a caldo sotto la lente
L’area a caldo dello stabilimento di Taranto è da sempre il cuore produttivo e, al tempo stesso, il punto più controverso dell’intera vicenda Ilva. La cokeria e gli altoforni dell’ex Ilva di Taranto sono gli impianti che trasformano il minerale di ferro in acciaio grezzo attraverso processi ad alta temperatura, con emissioni di polveri, diossine, benzopirene e altri inquinanti che negli anni sono stati oggetto di indagini giudiziarie, perizie epidemiologiche e battaglie legali.
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Lo spegnimento dell’area a caldo entro il 28 ottobre 2026 rappresenta quindi un passaggio senza precedenti nella storia di questo impianto, che per decenni ha prodotto acciaio in quantità rilevanti per l’industria italiana ed europea. La data non lascia margini ampi: dalla pronuncia del 5 ottobre alla scadenza imposta dalla corte intercorrono meno di quattro settimane.
L’ultimo appiglio: l’udienza in Cassazione del 20 ottobre
La partita legale, tuttavia, non è ancora formalmente chiusa. I legali di Ilva S.p.A. e Acciaierie d’Italia hanno ancora a disposizione un’ultima possibilità : il 20 ottobre 2026 è fissata un’udienza davanti alla Corte di Cassazione. Si tratta dell’organo di vertice della giustizia ordinaria italiana, e una sua eventuale pronuncia favorevole alle società potrebbe teoricamente rimescolare le carte prima della scadenza del 28 ottobre.
I tempi sono però strettissimi. Tra l’udienza in Cassazione e il termine imposto dalla Corte d’Appello di Milano passano appena otto giorni. Anche ammettendo uno scenario favorevole alle aziende, la finestra operativa sarebbe minima. Sul piano pratico, lo spegnimento tecnico degli altoforni richiede procedure precise e tempi non trascurabili: non è un interruttore che si accende o si spegne in poche ore.

Perché la salute ha prevalso sull’argomento industriale
Il principio ribadito dalla Corte d’Appello di Milano — la prevalenza del diritto alla salute — merita una riflessione più ampia. In casi come questo, i tribunali sono chiamati a bilanciare interessi che, almeno in apparenza, si contrappongono: da un lato la continuità produttiva di un impianto con implicazioni occupazionali e industriali di dimensione nazionale, dall’altro la tutela della salute delle popolazioni esposte alle emissioni.
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La giurisprudenza italiana e quella europea hanno progressivamente consolidato l’orientamento secondo cui la tutela della salute non può essere subordinata in modo indefinito a ragioni economiche, anche quando queste ragioni riguardano settori strategici. Il caso dell’ex Ilva ha rappresentato per anni un banco di prova di questo principio, con pronunce che si sono susseguite in diversi gradi di giudizio e con esiti non sempre lineari. La conferma dello spegnimento da parte della corte milanese si inserisce in questo percorso.
Cosa succede ora a Taranto
Con la scadenza del 28 ottobre 2026 che si avvicina rapidamente, le attenzioni si spostano su cosa accadrà concretamente allo stabilimento. Lo spegnimento dell’area a caldo — cokeria e altoforni — non equivale necessariamente alla chiusura totale del sito, ma ne ridefinisce radicalmente la capacità produttiva. Senza gli altoforni attivi, la produzione di acciaio primario si interrompe.
La situazione di Acciaierie d’Italia, già in amministrazione straordinaria, rende il quadro ancora più complesso da decifrare. Le procedure giudiziarie, le decisioni sui lavoratori e le prospettive di eventuale riconversione dello stabilimento restano aperte e dipendono da tavoli negoziali che vanno ben oltre la singola pronuncia della Corte d’Appello di Milano.
Quello che la sentenza del 5 ottobre stabilisce con chiarezza è il perimetro entro cui queste discussioni dovranno avvenire: gli altoforni dell’ex Ilva di Taranto devono fermarsi. Il se, almeno per ora, non è più in discussione. Rimane aperto il come, e soprattutto il dopo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








