A dieci anni dall’entrata in vigore, la legge Gadda sullo spreco alimentare si misura con i numeri di un cambiamento strutturale che ha attraversato tutta la filiera italiana: dalla grande distribuzione alle farmacie, dalle aziende agricole alle organizzazioni no-profit. Il bilancio, presentato il 16 ottobre 2026 al Senato in occasione di un evento parlamentare celebrativo, parla di oltre 10 miliardi di euro in eccedenze alimentari e farmaceutiche recuperate anziché disperse. Non è un risultato scontato, soprattutto per un paese che storicamente ha affrontato il tema dello spreco con strumenti fiscali punitivi piuttosto che con incentivi alla donazione.
Cosa ha cambiato la legge 166/2016 rispetto al passato
Prima del settembre 2016, donare cibo in eccedenza era tecnicamente possibile ma burocraticamente scoraggiante. Le aziende si trovavano di fronte a un sistema che equiparava la cessione gratuita di merci a una vendita, con conseguenti oneri IVA e fiscali. Il risultato pratico era che molto cibo perfettamente commestibile finiva distrutto perché smaltirlo costava meno che donarlo.
La legge 166/2016, promossa dalla deputata Maria Chiara Gadda, ha ribaltato questa logica. Il principio cardine è semplice: favorire la donazione attraverso semplificazioni amministrative, vantaggi fiscali e una ridefinizione del quadro normativo che riguarda anche i farmaci. L’Italia si è così dotata di una delle legislazioni più avanzate in Europa sul tema, anticipando per certi versi le direttive comunitarie che sarebbero arrivate negli anni successivi.
Tra le novità più rilevanti introdotte dalla legge: la possibilità di cedere prodotti alimentari prossimi alla scadenza senza perdere le agevolazioni fiscali, la semplificazione dei documenti di trasporto per le donazioni, e l’estensione del perimetro normativo ai farmaci, agli articoli di igiene personale e ai prodotti per la casa. Questo ha aperto canali di recupero che prima erano praticamente inesistenti sul piano formale.
Il bilancio decennale: un valore che supera i 10 miliardi
I dati presentati in occasione del decennale sono significativi. Secondo quanto riportato da fonti istituzionali, nei dieci anni di applicazione della legge Gadda sono stati recuperati beni alimentari e farmaceutici per un valore complessivo superiore ai 10 miliardi di euro. Una cifra che include tanto il cibo ridistribuito a persone in difficoltà quanto i farmaci salvati dallo smaltimento.
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Sul fronte farmaceutico, il dato più eloquente riguarda i 40 milioni di confezioni recuperate e reindirizzate verso chi ne aveva bisogno, anziché diventare rifiuto. Si tratta di medicinali restituiti in farmacia, prodotti non utilizzati da strutture sanitarie, scorte in eccesso che il vecchio sistema avrebbe semplicemente eliminato.
Questi numeri non nascono dal nulla. Sono il risultato di una rete capillare che comprende il Banco Alimentare, la Croce Rossa Italiana, centinaia di associazioni locali e migliaia di aziende che nel corso del decennio hanno progressivamente strutturato processi interni di raccolta e donazione. La legge ha fornito la cornice; la sua efficacia dipende da chi ha scelto di abitarla.
Il ruolo delle aziende e della grande distribuzione
Uno degli effetti meno visibili ma più concreti della legge Gadda è stato il cambiamento culturale all’interno delle imprese. Molte aziende alimentari hanno istituito referenti interni dedicati alla gestione delle eccedenze, un ruolo che prima semplicemente non esisteva. La grande distribuzione organizzata ha progressivamente adottato protocolli standardizzati per la cessione quotidiana di prodotti freschi.
Il meccanismo funziona perché riduce l’incertezza: sapere con precisione cosa si può donare, come documentarlo e quali vantaggi fiscali ne derivano permette alle imprese di pianificare, anziché gestire le eccedenze come un problema residuale. Questo ha trasformato la donazione da atto occasionale a pratica ordinaria in molte realtà produttive e commerciali.
Non tutte le categorie merceologiche hanno risposto allo stesso modo. I prodotti freschi, quelli con scadenza ravvicinata e gli alimenti che richiedono catena del freddo continuano a porre sfide logistiche significative. La legge ha abbassato le barriere normative, ma la redistribuzione di certi prodotti richiede infrastrutture che non tutte le organizzazioni no-profit possono permettersi.
Spreco alimentare e povertà : due facce dello stesso problema
Il contesto in cui la legge Gadda opera non è solo ambientale. In Italia, una quota rilevante di famiglie si trova in condizioni di fragilità economica che si riflette anche nell’accesso al cibo. Il recupero delle eccedenze alimentari risponde contemporaneamente a due emergenze: ridurre l’impatto ambientale dello spreco e garantire risorse alimentari a chi ne ha bisogno.
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Questa doppia funzione è stata riconosciuta esplicitamente nell’evento al Senato del 16 ottobre 2026, al quale ha partecipato anche la Croce Rossa Italiana, che opera da anni nella distribuzione di beni di prima necessità attraverso le proprie reti territoriali. La presenza di un attore umanitario come la CRI in un contesto legislativo non è casuale: segnala quanto il tema dello spreco alimentare sia ormai inseparabile da quello della sicurezza alimentare per le fasce vulnerabili della popolazione.
Dal punto di vista ambientale, ogni tonnellata di cibo non sprecata rappresenta un risparmio di risorse — acqua, suolo, energia — che erano state impiegate per produrla. Ridurre lo spreco lungo la filiera non è solo un atto di solidarietà ; è una delle leve più efficaci per contenere le emissioni legate al sistema agroalimentare.
Cosa manca ancora e dove la legge può migliorare
A dieci anni dall’entrata in vigore, la legge Gadda è considerata un modello, ma il dibattito su come rafforzarla è aperto. Alcune criticità emerse nel corso degli anni riguardano la disomogeneità applicativa sul territorio nazionale: in alcune regioni la rete di raccolta è capillare ed efficiente, in altre — soprattutto nel Mezzogiorno — i volumi recuperati restano inferiori al potenziale.
Un secondo nodo è la formazione. Molte piccole e medie imprese non conoscono ancora nel dettaglio le opportunità offerte dalla normativa, e questo si traduce in eccedenze che continuano a essere smaltite anziché donate. Le associazioni di categoria e le organizzazioni del terzo settore lavorano su questo fronte, ma la diffusione delle informazioni rimane parziale.
C’è poi la questione della misurazione. Disporre di dati aggregati e aggiornati sulle donazioni effettuate — per tipologia di prodotto, area geografica, soggetto donante — permetterebbe di orientare meglio le politiche pubbliche e identificare i punti di inefficienza. Alcune piattaforme digitali stanno cercando di colmare questo vuoto, ma un sistema di monitoraggio nazionale strutturato resta ancora un obiettivo da raggiungere.
Il percorso avviato nel 2016 ha dimostrato che una legge ben costruita può generare effetti concreti e misurabili. Per approfondire il quadro normativo e le modalità operative, il Banco Alimentare offre una sintesi aggiornata della legge Gadda con indicazioni pratiche per chi vuole aderire al sistema di donazione. Il decennale non è un punto di arrivo: è l’occasione per chiedersi quanto altro potrebbe essere recuperato, e da chi.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








