È difficile pensare che un bicchiere di birra possa non essere cruelty-free, eppure non tutte le varietà sono vegane. Nella sua forma più pura, la birra dovrebbe essere costituita da quattro ingredienti principali: acqua, malto, luppolo e lievito. Quella artigianale normalmente si ferma a questa composizione di base o, in alternativa, aggiunge altri ingredienti sempre di origine vegetale, come il limone. Il problema sorge quando il modo in cui viene prodotta la bevanda è più complesso.

Innanzitutto, è fondamentale partire da un concetto: la dieta vegana ha come presupposto il rifiuto di qualsiasi proteina animale. Gli strappi alla regola non sono ammessi e, ovviamente, non si evitano soltanto i prodotti che hanno comportato l’uccisione di un essere vivente, ma anche quegli ingredienti derivati dal loro sfruttamento.

Anche se esistono moltissime birre vegan-friendly, diversi produttori utilizzano ingredienti di origine animale nel processo di fermentazione. Il loro impiego più comune avviene per la chiarificazione, ma anche per la conservazione, per il sapore e per la colorazione. Alcuni di questi ingredienti sono indicati sull’etichetta della birra, per cui possono essere anche facilmente evitati: tra gli esempi più facili, il miele. Purtroppo, però, vi sono dei prodotti animali a cui le aziende fanno ricorso in piccole quantità e non sempre sono correttamente riportati sulle etichette.

Prodotti di origine animale nelle birre

Come già accennato, sono diversi i prodotti di origine animale che potrebbero trovar impiego nella produzione della birra. Di seguito, un elenco:

  • Colla di pesce: è un chiarificatore molto usato nella produzione di birra e proviene dalle vesciche natatorie essiccate dei pesci. È più comunemente impiegato nelle bevande prodotte in Inghilterra e negli Stati Uniti;
  • Gelatina: è un chiarificatore ottenuto dalla pelle, dal tessuto connettivo e dalle ossa di animali. Generalmente appartiene a bovini e suini;
  • Caseina: una proteina presente nel latte vaccino, viene utilizzata come chiarificatore;
  • Carbone: usato per la filtrazione, può essere in parte prodotto dalla bruciatura delle ossa d’animali;
  • Terra di diatomee: usata nella filtrazione, viene da fossili e conchiglie;
  • Insetti: possono essere impiegati per i coloranti, come nel caso della cocciniglia;
  • Glicerilmonostearato: è una sostanza scelta per controllare la schiuma, può essere sia di origine animale che vegetale;
  • Pepsina: talvolta deriva dalla mucosa gastrica dei maiali, il ricorso serve per controllare la schiuma.
  • Zucchero bianco: è un additivo per dare sapore, il processo di sbiancamento può comportare l’impiego di ossa animali;
  • Lattosio: le birre etichettate come dolci o cremose in genere contengono lattosio, normalmente da latte bovino.

Birre vegane: quali sono?

Birra alla spina

Beer tap array via Shutterstock

Le marche di birra cruelty free sono davvero tantissime, impossibile riportarne un elenco esaustivo. In linea di massima, le birre belghe e tedesche prodotte con i metodi tradizionali sono vegane, mentre bisogna stare attenti ad alcune birre anglosassoni, dato il ricorso frequente a colla di pesce, gelatina, glicerina o caseina. Per andare sul sicuro, è sufficiente consultate il sito Barnivore.com, per trovare tutte le informazioni su birre, ma anche vini, oggi in commercio. Sulla base di ricerche effettuate su Barnivore, ecco una breve lista di alcune delle più note birre in Italia che possono definirsi vegan friendly: Beck’s, Budweiser, Heineken (bottiglia e lattina), Peroni, Nastro Azzurro e Moretti.

7 agosto 2014
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