La presenza di PFAS in Italia è una questione che va ben oltre un singolo sito industriale o un singolo prodotto. La contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche tocca il suolo di una città piemontese, l’acqua che scorre nei terreni circostanti e persino i vestiti che milioni di persone acquistano online ogni giorno. Due storie apparentemente distanti — una fabbrica chimica ad Alessandria e un colosso del fast fashion cinese — convergono su un problema comune: queste molecole, progettate per resistere a qualsiasi cosa, finiscono per resistere anche alle nostre difese biologiche.
Cosa sono i PFAS e perché preoccupano così tanto
Le sostanze per- and polyfluoroalkyl substances, note con l’acronimo PFAS, sono una famiglia di oltre quattromila composti chimici sintetici accomunati da un legame carbonio-fluoro tra i più stabili che la chimica conosca. Questa stabilità è la ragione del loro successo industriale: repellenti all’acqua, agli oli, al calore, resistenti all’usura. È anche la ragione per cui vengono definiti “inquinanti eterni” — forever chemicals nell’accezione anglosassone.
Una volta rilasciati nell’ambiente, i PFAS non si degradano spontaneamente. Si accumulano nel suolo, nelle falde acquifere, nei tessuti viventi. L’esposizione prolungata è associata a effetti sulla salute che includono alterazioni ormonali, disfunzioni tiroidee, riduzione della fertilità e un possibile aumento del rischio di alcune forme tumorali. Le autorità sanitarie europee hanno stabilito limiti sempre più stringenti proprio perché la ricerca ha progressivamente ridotto la soglia di ciò che viene considerato sicuro.
Spinetta Marengo: il caso emblematico della contaminazione industriale
A pochi chilometri da Alessandria, la frazione di Spinetta Marengo ospita da decenni uno dei principali poli chimici italiani. Il sito è di proprietà della multinazionale belga Solvay — oggi riorganizzata sotto il nome Syensqo — dal 2002, e impiega oltre mille lavoratori nella zona. Per anni lo stabilimento ha prodotto fluoropolimeri e composti correlati, alcune delle cui sostanze di scarto appartengono proprio alla famiglia dei PFAS.
La contaminazione di suolo e acque a Spinetta Marengo è documentata da studi scientifici e monitoraggi ambientali che hanno rilevato la presenza di PFAS nelle falde sotterranee e nei terreni circostanti. Ricerche pubblicate su piattaforme accademiche internazionali hanno tracciato la dispersione di sostanze legacy ed emergenti nell’ecosistema acquatico e terrestre dell’area, mettendo in evidenza come la contaminazione abbia interessato sia i corsi d’acqua locali sia i suoli agricoli nelle vicinanze dell’impianto.
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Sul fronte giudiziario, la vicenda ha assunto contorni sempre più seri. Due ex dirigenti di Solvay sono stati accusati di disastro ambientale colposo in relazione alla contaminazione da PFAS nell’area. Un’udienza davanti al giudice dell’udienza preliminare Arianna Ciavattini è stata fissata per il 25 giugno nell’ambito del procedimento, segnalando che la questione ha ormai superato la dimensione ambientale per entrare in quella penale.
La bonifica di un’area contaminata da PFAS è un processo tecnicamente complesso e di lunga durata. A differenza di altri inquinanti organici, questi composti non si prestano a tecniche di degradazione biologica standard. Le opzioni disponibili — dall’estrazione e trattamento dell’acqua di falda alle tecnologie di immobilizzazione nel suolo — richiedono investimenti enormi e tempi che si misurano in decenni. Nel frattempo, le comunità locali continuano a convivere con l’incertezza sulla qualità dell’acqua e sulla sicurezza dei prodotti agricoli coltivati in prossimità del sito.
Il fast fashion e i PFAS nei vestiti: il caso Shein
La contaminazione da PFAS in Italia non riguarda solo i siti industriali storici. Una seconda frontiera, meno visibile ma potenzialmente più diffusa, è quella dei prodotti di consumo — in particolare i capi di abbigliamento. Shein, il gigante cinese del fast fashion online, è finito sotto i riflettori per la presenza di sostanze chimiche pericolose nei propri prodotti.
Greenpeace Germania ha condotto test su 56 prodotti Shein, riscontrando che 18 di essi contenevano sostanze chimiche nocive a livelli superiori ai limiti legali dell’Unione Europea. Tra i prodotti analizzati figuravano anche capi di abbigliamento per bambini, categoria per la quale le normative europee prevedono soglie particolarmente restrittive. Non si trattava di un episodio isolato: già nel 2022 la stessa organizzazione aveva testato 47 prodotti Shein, trovando che 7 superavano i limiti europei per le sostanze chimiche pericolose.
I PFAS vengono utilizzati nel settore tessile principalmente come trattamento idrorepellente e antimacchia. Giacche, scarpe e calzature da casa trattate con questi composti offrono prestazioni migliori nel breve termine, ma possono rilasciare le sostanze durante l’uso, il lavaggio o lo smaltimento. Il problema è che il consumatore finale non ha modo di sapere, guardando un’etichetta, se il capo che sta acquistando è stato trattato con PFAS.
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In Italia, la questione Shein ha avuto anche un risvolto regolatorio. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha inflitto a Shein una multa da un milione di euro per pratiche di greenwashing: l’azienda aveva comunicato ai consumatori impegni di sostenibilità ambientale che le autorità hanno ritenuto fuorvianti e non suffragati da prove concrete. Una sanzione che riguarda la comunicazione commerciale, ma che si inserisce in un quadro più ampio di attenzione verso i rischi ambientali e sanitari legati al modello di business del fast fashion.
La mappa italiana della contaminazione: un problema sistemico
Spinetta Marengo e Shein rappresentano due facce di uno stesso problema strutturale. Da un lato, la contaminazione da PFAS in Italia eredita decenni di produzione industriale in siti che oggi richiedono interventi di bonifica complessi e costosi. Dall’altro, l’importazione massiva di prodotti tessili con standard chimici potenzialmente inferiori a quelli europei introduce nuove vie di esposizione, più difficili da tracciare e controllare.
Il quadro normativo europeo si sta evolvendo rapidamente. Il regolamento REACH è stato progressivamente aggiornato per restringere l’uso dei PFAS in numerose applicazioni, e la Commissione Europea ha avviato un percorso verso una restrizione universale di tutta la famiglia chimica, con alcune eccezioni per usi essenziali. Ma le tempistiche legislative raramente tengono il passo con la velocità con cui nuovi composti vengono introdotti sul mercato in sostituzione di quelli vietati — un fenomeno noto come regrettable substitution, la sostituzione con composti analoghi ma altrettanto problematici.
Per i consumatori, orientarsi non è semplice. Alcune indicazioni pratiche possono ridurre l’esposizione: preferire capi senza trattamenti idrorepellenti quando non strettamente necessari, scegliere marchi che abbiano ottenuto certificazioni chimiche verificate da terzi, e lavare i capi nuovi prima di indossarli per la prima volta. Sul fronte dell’acqua potabile, in caso di residenza in aree industrializzate o vicino a siti storicamente contaminati, è utile verificare i rapporti periodici pubblicati dai gestori del servizio idrico locale e dall’ISPRA, che monitora la qualità delle acque in Italia.
Quello che emerge dalla sovrapposizione di queste vicende è che i PFAS non sono un rischio astratto o circoscritto a poche aree geografiche. Sono presenti nei suoli, nelle acque, nei vestiti e probabilmente in molti altri prodotti di uso quotidiano. Riconoscerlo non significa alimentare allarme ingiustificato, ma prendere atto di una realtà che la scienza ha ormai documentato con sufficiente chiarezza e che le politiche pubbliche — italiane ed europee — sono chiamate ad affrontare con la stessa determinazione con cui questi composti resistono a tutto il resto.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








