Alimentazione

Padelle antiaderenti, lo studio tedesco scopre PFAS in oltre la metà dei modelli: come riconoscerle e quali alternative scegliere

Padelle antiaderenti: indagine tedesca rileva PFAS in 17 modelli su 31, come identificarle e quali alternative scegliere

Più della metà delle padelle antiaderenti acquistabili online contiene sostanze chimiche che non dovrebbero trovarsi a contatto con il cibo che mangiamo ogni giorno. È quanto emerge da un’indagine condotta dalla Verbraucherzentrale NRW, l’organizzazione tedesca per la tutela dei consumatori del Nordreno-Vestfalia, che ha analizzato 31 padelle antiaderenti disponibili sul mercato online, rilevando la presenza di PFAS in 17 modelli su 31. Un risultato che non lascia molto spazio all’ottimismo, soprattutto considerando che queste padelle vengono usate quotidianamente da milioni di famiglie.

Cosa sono i PFAS e perché finiscono nelle padelle antiaderenti

L’acronimo PFAS sta per sostanze per- e polifluoroalchiliche, una famiglia numerosa di composti chimici di sintesi utilizzati da decenni nell’industria per rendere superfici, tessuti e materiali resistenti all’acqua, al grasso e al calore. Nelle padelle antiaderenti i PFAS vengono impiegati proprio per creare quel rivestimento scivoloso che impedisce al cibo di attaccarsi.

Il problema è strutturale: queste molecole sono costruite attorno a legami chimici tra carbonio e fluoro, tra i più stabili che esistano in natura. Questo le rende straordinariamente resistenti alla degradazione. Non si decompongono nell’ambiente, non vengono eliminate facilmente dall’organismo e si accumulano nel tempo. Per questo motivo vengono comunemente chiamate “sostanze eterne”, o forever chemicals in inglese.

La loro diffusione ha ormai raggiunto livelli preoccupanti su scala globale: i PFAS sono stati rilevati nell’acqua potabile e nel sangue di esseri umani di ogni età, dai neonati agli adulti, e persino negli animali che vivono nelle regioni più remote del pianeta, come gli orsi polari. Non è un’iperbole: è la conseguenza diretta di decenni di utilizzo industriale senza adeguata regolamentazione.

L’indagine tedesca: più di metà delle padelle testate risulta contaminata

La ricerca della Verbraucherzentrale NRW ha preso in esame padelle antiaderenti acquistate online, un canale di vendita sempre più utilizzato dai consumatori europei. Su 31 modelli analizzati, 17 contenevano PFAS nei rivestimenti. Significa che scegliendo a caso una padella antiaderente da un catalogo online, le probabilità di portare a casa un prodotto con queste sostanze superano il cinquanta per cento.

Vale la pena segnalare che un’altra fonte cita dati leggermente diversi, attribuendo a Stiftung Warentest — l’autorevole organizzazione tedesca per i test sui prodotti di consumo — il rilevamento di PFAS in 18 padelle su 31. La differenza potrebbe riferirsi a indagini distinte o a metodologie di analisi diverse. In entrambi i casi, però, il dato di fondo non cambia: la presenza di PFAS nelle padelle antiaderenti in commercio rimane diffusa e tutt’altro che marginale.

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Perché le padelle antiaderenti con PFAS rappresentano un problema concreto

Il rischio non riguarda soltanto l’ambiente, ma anche la salute di chi cucina. Quando una padella con rivestimento antiaderente viene scaldata ad alte temperature, o quando il rivestimento si graffia e si deteriora nel tempo, esiste la possibilità che frammenti o composti chimici migrino nel cibo. Non si tratta di un rischio teorico: è uno dei motivi per cui diversi enti regolatori europei e internazionali stanno progressivamente restringendo l’uso di alcune categorie di PFAS nei materiali a contatto con gli alimenti.

L’accumulo di queste sostanze nell’organismo è al centro di numerose ricerche scientifiche. I PFAS sono considerati sostanze di elevata preoccupazione dalle autorità regolatorie europee, tra cui l’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che ha stabilito dosi settimanali tollerabili molto basse per alcune di queste molecole. La preoccupazione principale riguarda l’esposizione cumulativa nel lungo periodo, non necessariamente una singola padella usata una volta.

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la vita utile del prodotto: una padella antiaderente con il rivestimento integro e usata correttamente presenta rischi diversi rispetto a una con graffi profondi o a una scaldata ripetutamente a temperature molto elevate. Ma distinguere tra questi scenari nella vita quotidiana non è sempre semplice.

Come orientarsi tra le etichette: cosa cercare (e cosa non basta)

Molti consumatori si chiedono se sia possibile riconoscere una padella con PFAS leggendo l’etichetta o la confezione. La risposta è: in parte, ma non sempre in modo affidabile.

Alcune indicazioni utili da cercare o evitare:

  • Termini da tenere d’occhio: PTFE (politetrafluoroetilene, il materiale alla base del Teflon originale), PFOA, GenX, fluoropolimero. Questi nomi indicano la presenza di composti fluorurati nella composizione del rivestimento.
  • Diciture “PFOA-free”: indicano l’assenza di acido perfluoroottanoico, un PFAS specifico ormai vietato, ma non escludono la presenza di altri composti della stessa famiglia, spesso usati come sostituti con profili tossicologici ancora in corso di valutazione.
  • Assenza di informazioni: molti prodotti economici venduti online non riportano alcuna indicazione sulla composizione chimica del rivestimento. In questi casi, la prudenza suggerisce di evitarli.
  • Certificazioni indipendenti: alcune aziende fanno certificare i propri prodotti da enti terzi. Una certificazione verificabile è più affidabile di una semplice dicitura promozionale stampata sulla confezione.

Il problema è che la proliferazione di varianti chimiche all’interno della famiglia PFAS rende difficile per il consumatore comune distinguere tra un rivestimento davvero sicuro e uno che ha semplicemente sostituito una sostanza vietata con un’altra ancora in fase di valutazione.

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Le alternative: padelle senza rivestimento fluorurato

La soluzione più diretta per chi vuole eliminare il rischio PFAS dalla cucina è scegliere padelle che non utilizzano alcun rivestimento fluorurato. Le opzioni disponibili sono diverse, ciascuna con caratteristiche proprie.

L’acciaio inossidabile è tra le alternative più citate dagli esperti di sicurezza alimentare. Non rilascia sostanze chimiche, è durevole, lavabile in lavastoviglie e non richiede particolari attenzioni nell’uso. Il rovescio della medaglia è che il cibo tende ad attaccarsi se non si gestisce correttamente la temperatura e la quantità di grasso. Con un po’ di pratica, però, diventa uno strumento versatile e longevo.

La ghisa è un’altra scelta consolidata: si scalda lentamente ma distribuisce il calore in modo uniforme e, se ben stagionata con olio, sviluppa nel tempo una superficie naturalmente antiaderente. È pesante e richiede manutenzione specifica, ma dura praticamente una vita.

Le padelle in ceramica — intendendo quelle con rivestimento in ceramica vera, non quelle che usano il termine in modo improprio — possono rappresentare un’alternativa, ma è importante verificare che siano effettivamente prive di composti fluorurati e che il rivestimento sia certificato. La ceramica tende a deteriorarsi più rapidamente dell’acciaio o della ghisa.

Il ferro, simile alla ghisa ma più leggero, è usato da secoli nelle cucine professionali. Come la ghisa, richiede stagionatura e attenzione all’umidità per evitare la ruggine, ma non pone alcun problema legato ai PFAS.

Passare da una padella antiaderente tradizionale a questi materiali richiede un piccolo adattamento nelle abitudini di cottura. Non si tratta di rinunciare alla praticità, ma di imparare tecniche leggermente diverse: gestire meglio il calore, usare il grasso in modo appropriato, asciugare correttamente gli utensili dopo il lavaggio. Cambiamenti che nella maggior parte dei casi si stabilizzano in poche settimane di utilizzo.

L’indagine della Verbraucherzentrale NRW arriva in un momento in cui la regolamentazione europea sui PFAS è in continua evoluzione, con restrizioni sempre più ampie in corso di approvazione. Aspettare che il mercato si adegui spontaneamente è un’opzione, ma chi vuole agire ora ha strumenti concreti per farlo.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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