Il 27 ottobre 2026, durante un evento di alto livello alla COP17 della Convenzione sulla Diversità Biologica a Yerevan, in Armenia, l’Italia ha aderito al Fungal Conservation Pledge, l’iniziativa internazionale che chiede agli Stati di riconoscere formalmente i funghi nelle proprie strategie di conservazione della biodiversità . L’annuncio è stato fatto dal Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Claudio Barbaro, segnando un passaggio concreto nella direzione di una politica ambientale che smette di ignorare uno dei regni più sottovalutati della natura. Per un paese che ospita circa 20.000 specie fungine, la conservazione funghi biodiversità non è una questione marginale: è una priorità ecologica con implicazioni dirette per la salute degli ecosistemi nazionali.
Cosa prevede il Fungal Conservation Pledge e chi lo ha promosso
Il Fungal Conservation Pledge è un’iniziativa internazionale nata su impulso di Cile e Regno Unito, con l’obiettivo di spingere i governi firmatari a integrare la diversità fungina nelle politiche di conservazione della biodiversità . Fino a oggi, i funghi sono stati sistematicamente esclusi dai grandi strumenti normativi e dai programmi di monitoraggio ambientale, nonostante il loro ruolo centrale nel funzionamento degli ecosistemi.
L’adesione non è una dichiarazione di principio generica: richiede agli Stati di riconoscere esplicitamente i funghi come componente essenziale della biodiversità , al pari di flora e fauna, e di tenerne conto nelle strategie nazionali di protezione ambientale. Questo significa, in pratica, che la conservazione funghi biodiversità deve entrare nei documenti programmatici, nei piani di gestione del territorio e nei sistemi di valutazione dello stato degli ecosistemi.
Perché i funghi sono stati a lungo invisibili nelle politiche ambientali
I funghi non sono piante né animali. Appartengono a un regno a sé, il Fungi, e per decenni questa collocazione tassonomica li ha resi difficili da inquadrare nelle normative ambientali costruite principalmente attorno a vertebrati e flora vascolare. Le direttive europee sulla biodiversità , i piani di gestione delle aree protette, i programmi di monitoraggio: quasi nessuno di questi strumenti ha previsto, storicamente, una sezione dedicata ai funghi.
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Eppure i funghi svolgono funzioni che nessun altro organismo può sostituire. Decompongono la materia organica, rendendo disponibili nutrienti essenziali per le piante. Formano reti micorriziche — le cosiddette wood wide web — attraverso cui gli alberi scambiano acqua, carbonio e segnali chimici. Partecipano attivamente ai processi di restauro del suolo e alla resilienza degli ecosistemi dopo eventi di disturbo come incendi o frane. Senza funghi, le foreste non funzionano. Senza funghi, il suolo perde capacità di rigenerazione.
Ignorarli nelle politiche di conservazione significava, di fatto, proteggere l’ecosistema a metà .
Le 20.000 specie italiane e il valore di questa adesione
L’Italia è uno dei paesi europei con la maggiore diversità fungina. Sul territorio nazionale sono presenti circa 20.000 specie di funghi, distribuite in ambienti che vanno dalle foreste alpine ai boschi mediterranei, dalle zone umide costiere agli ecosistemi rupestri. Si tratta di una ricchezza biologica enorme, che fino a oggi non aveva trovato un riconoscimento esplicito nelle politiche di tutela ambientale nazionale.
L’adesione al Fungal Conservation Pledge, annunciata alla COP17 di Yerevan, cambia questa prospettiva. Riconoscere formalmente i funghi come oggetto di conservazione significa che le future strategie nazionali di biodiversità dovranno tenere conto di questo patrimonio, con potenziali ricadute su come vengono gestite le foreste, i parchi naturali e le aree agricole.
Il contesto in cui avviene l’annuncio non è casuale. La COP17 della Convenzione sulla Diversità Biologica è la sede in cui i governi aggiornano e verificano gli impegni assunti con il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, l’accordo globale che fissa obiettivi ambiziosi per la protezione della biodiversità entro il 2030. Inserire i funghi in questo quadro, a livello italiano, significa allinearsi a un approccio più completo e scientificamente fondato alla conservazione degli ecosistemi.
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Il ruolo dei funghi nella salute del suolo e nel restauro degli ecosistemi
Tra le ragioni scientifiche che rendono urgente una maggiore attenzione ai funghi, il ruolo nella salute del suolo è forse la più immediata. I funghi sono i principali agenti di decomposizione della lignina, la componente più resistente del legno, e senza di loro la materia organica si accumulerebbe senza essere trasformata in humus fertile. Questo processo ha implicazioni dirette per la produttività agricola, per la capacità dei suoli di trattenere carbonio e per la prevenzione dell’erosione.
Nei processi di restauro ecologico — sempre più centrali nelle politiche ambientali europee, anche in seguito all’approvazione del Regolamento UE sul ripristino della natura — i funghi svolgono una funzione abilitante. Senza la reintroduzione delle comunità fungine appropriate, il ripristino di un bosco o di una zona umida rischia di fallire, perché le piante non riescono a stabilirsi in assenza dei loro partner micorrizici. Riconoscere questo nella politica ambientale non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra un restauro che funziona e uno che rimane sulla carta.
Per approfondire il quadro scientifico e normativo di riferimento, è possibile consultare la pagina ufficiale di ISPRA sull’adesione italiana al Fungal Conservation Pledge.
Un segnale per le politiche ambientali dei prossimi anni
L’adesione al Fungal Conservation Pledge non risolve da sola le lacune normative che hanno tenuto i funghi fuori dai radar delle politiche ambientali. Ma stabilisce un principio: che la conservazione funghi biodiversità è una questione legittima, che merita attenzione istituzionale e risorse dedicate. Questo tipo di riconoscimento formale, in sede internazionale, ha storicamente preceduto l’introduzione di misure concrete a livello nazionale.
Il fatto che l’iniziativa sia stata promossa da Cile e Regno Unito e che l’Italia vi abbia aderito nel contesto della COP17 suggerisce una crescente convergenza internazionale sull’idea che la biodiversità non possa essere gestita in modo efficace ignorando interi regni biologici. Con 20.000 specie fungine da tutelare e un patrimonio forestale tra i più ricchi d’Europa, l’Italia ha buone ragioni per trasformare questo impegno in azioni concrete di monitoraggio, ricerca e protezione degli habitat.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








