Alimentazione

Legge Gadda, dieci anni di lotta allo spreco alimentare: 10 miliardi di euro recuperati

Legge Gadda 166/2016: dieci anni di risultati e impatto sulla riduzione dello spreco alimentare in Italia

Dieci anni fa, l’Italia scelse un approccio radicalmente diverso al problema dello spreco alimentare: non sanzionare chi sprecava, ma rendere conveniente — e semplice — donare ciò che altrimenti sarebbe andato perduto. La legge Gadda sullo spreco alimentare, formalmente la Legge 166/2016, ha compiuto il suo primo decennio con un bilancio che supera ogni aspettativa iniziale: oltre 10,3 miliardi di euro di eccedenze alimentari e farmaceutiche recuperate e redistribuite, secondo la valutazione d’impatto condotta da Fondazione Terzjus ETS e Fondazione Valore con il supporto di Fondazione Cariplo, presentata alla Camera dei Deputati nell’ottobre 2026.

Un modello costruito sulla semplificazione, non sulla colpa

Prima del 2016, donare eccedenze alimentari in Italia era tecnicamente possibile ma burocraticamente complicato. Le imprese — dalla grande distribuzione ai produttori, dai ristoratori alle aziende agricole — si trovavano di fronte a una selva di adempimenti fiscali e amministrativi che rendeva la donazione meno conveniente dello smaltimento. Il risultato era paradossale: tonnellate di cibo perfettamente commestibile finivano in discarica mentre milioni di persone faticavano ad accedere a un’alimentazione adeguata.

La legge promossa da Maria Chiara Gadda, deputata che ne è rimasta la principale sostenitrice, ha ribaltato questa logica. Il principio cardine è la semplificazione: eliminare gli ostacoli normativi che scoraggiavano le donazioni, chiarire le responsabilità delle imprese donatrici, e costruire un canale diretto tra il mondo produttivo e il terzo settore. Niente sanzioni, niente burocrazia aggiuntiva — al contrario, meno adempimenti per chi sceglie di non sprecare.

Questo approccio ha dimostrato di funzionare proprio perché non chiede alle imprese uno sforzo straordinario, ma rimuove le barriere che rendevano lo sforzo ordinario troppo oneroso. Un’impresa che recupera e dona eccedenze non deve più temere contestazioni fiscali complesse o responsabilità sproporzionate per prodotti ancora integri ma prossimi alla scadenza.

I numeri del decennio: 3,7 milioni di tonnellate di cibo e 40 milioni di confezioni di farmaci

I dati raccolti nel rapporto d’impatto restituiscono la dimensione concreta di dieci anni di applicazione della norma. In totale, sono state recuperate 3,7 milioni di tonnellate di eccedenze alimentari: una quantità che, tradotta in termini quotidiani, equivale a sottrarre ogni giorno centinaia di camion di cibo dalla filiera dello smaltimento per redistribuirlo a chi ne ha bisogno.

Sul versante farmaceutico, il bilancio è altrettanto significativo: 40 milioni di confezioni di medicinali recuperate e rimesse in circolo attraverso il canale solidale. Si tratta di farmaci che, per ragioni di sovrapproduzione, cambio di formulazione o prossimità alla scadenza, sarebbero stati distrutti. Grazie alla legge, questi medicinali hanno raggiunto strutture del terzo settore, comunità in difficoltà, servizi di assistenza.

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Il valore complessivo stimato supera i 10,3 miliardi di euro: una cifra che non rappresenta solo un risparmio economico, ma la misura di una redistribuzione reale di risorse verso i segmenti più fragili della popolazione. L’evento celebrativo alla Camera dei Deputati ha offerto l’occasione per presentare questo bilancio e aprire una discussione su come la legge possa evolvere nei prossimi anni.

Come funziona concretamente il meccanismo di donazione

La Legge Gadda ha introdotto alcune semplificazioni operative che vale la pena comprendere per capire perché ha avuto successo. Prima di tutto, ha chiarito il regime fiscale delle donazioni: i beni ceduti gratuitamente a enti del terzo settore non vengono considerati autoconsumo ai fini IVA, eliminando così uno dei principali deterrenti per le imprese. Ha poi introdotto un sistema di comunicazione semplificato — in molti casi una sola comunicazione mensile invece di documentare ogni singola cessione — rendendo la gestione amministrativa compatibile con i ritmi operativi delle aziende.

Il modello prevede una rete di soggetti intermedi: food hub, banchi alimentari, organizzazioni di volontariato e strutture della Croce Rossa Italiana, che si occupano di raccogliere, stoccare e distribuire le eccedenze alle persone in stato di bisogno. Questo sistema a rete è fondamentale perché le imprese non devono gestire direttamente la distribuzione finale, ma semplicemente rendere disponibili le eccedenze a soggetti accreditati.

Non è un sistema perfetto — la logistica rimane una sfida, soprattutto per i prodotti freschi e deperibili che richiedono catene del freddo efficienti — ma ha dimostrato di essere scalabile e replicabile in contesti molto diversi tra loro, dalla grande distribuzione organizzata alle piccole realtà artigianali.

Il ruolo del terzo settore e la rete solidale italiana

Senza un terzo settore organizzato e capace, la legge sarebbe rimasta sulla carta. Una delle intuizioni più efficaci della normativa è stata proprio quella di valorizzare e strutturare il rapporto tra imprese e organizzazioni non profit, riconoscendo esplicitamente il ruolo di queste ultime come destinatari privilegiati delle eccedenze.

Organizzazioni come la Croce Rossa Italiana hanno sviluppato negli anni competenze specifiche nella gestione di questo tipo di flussi, costruendo infrastrutture logistiche dedicate e formando volontari in grado di operare secondo standard igienico-sanitari adeguati. Il risultato è una rete che oggi riesce a intercettare eccedenze in modo sistematico, non episodico.

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Questo aspetto è spesso sottovalutato nel dibattito pubblico: il successo della Legge Gadda non è solo normativo, ma dipende dalla capacità del tessuto associativo italiano di trasformare le eccedenze in servizi concreti per le persone. I 10,3 miliardi di euro recuperati non sarebbero stati possibili senza questa infrastruttura umana e organizzativa.

Cosa resta da fare: i limiti di una legge che ha bisogno di evolvere

Un bilancio onesto non può ignorare i margini di miglioramento. Nonostante i risultati straordinari, lo spreco alimentare in Italia rimane un fenomeno rilevante: una parte significativa delle eccedenze prodotte lungo la filiera — in particolare nella fase agricola e nella ristorazione — non viene ancora intercettata dal sistema di recupero.

Le ragioni sono molteplici. Alcune riguardano la logistica: recuperare prodotti freschi da migliaia di piccoli produttori agricoli dispersi sul territorio è molto più complesso che gestire le eccedenze di un grande centro di distribuzione. Altre riguardano la consapevolezza: non tutte le imprese — soprattutto le più piccole — conoscono a fondo le opportunità offerte dalla legge e le procedure semplificate disponibili.

C’è poi la questione delle risorse destinate al terzo settore per sostenere questa funzione: la raccolta e redistribuzione di eccedenze ha un costo operativo reale, e la sostenibilità economica delle organizzazioni che svolgono questo ruolo non può essere data per scontata. Il dibattito aperto nell’ottobre 2026, a dieci anni dall’entrata in vigore della norma, ruota proprio attorno a questi nodi: come ampliare la platea dei donatori, come rafforzare la rete distributiva, come garantire continuità a un sistema che ha già dimostrato di valere miliardi.

Per approfondire il quadro normativo e i dati del rapporto d’impatto, il riferimento più aggiornato è il portale di Fondazione Terzjus ETS, che ha coordinato la valutazione decennale della legge.

Dieci anni non sono pochi, ma non sono nemmeno sufficienti per dichiarare chiuso un problema strutturale come lo spreco alimentare. Quello che la legge Gadda sullo spreco alimentare ha dimostrato è che un quadro normativo intelligente — che incentiva invece di sanzionare, che semplifica invece di complicare — può produrre risultati misurabili e duraturi. I 3,7 milioni di tonnellate di cibo e i 40 milioni di confezioni di farmaci recuperati in un decennio sono la prova che cambiare le regole del gioco, quando lo si fa con pragmatismo, funziona davvero.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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