Le intolleranze alimentari sono un disturbo che colpisce circa il 2-3% degli italiani: per tutte queste persone sedersi a tavola potrebbe non essere proprio un piacere, visto che alcuni alimenti, spesso molto comuni, sono causa di reazioni negative da parte dell’organismo.

I sintomi che possono far sospettare una intolleranza a un cibo, dopo aver escluso più gravi cause di malessere, sono per lo più a carico dell’apparato gastro-intestinale: dolori addominali, gonfiore, senso di pesantezza e stanchezza, diarrea, vomito e a volte anche sangue nelle feci. Tutte queste manifestazioni sono aspecifiche, quindi non strettamente correlate all’assunzione di un cibo, perciò chi ne soffre dovrebbe sempre affidarsi al parere di un medico.

Diagnosi e alimenti più frequentemente coinvolti

Il primo passo per una diagnosi affidabile è una buona anamnesi del paziente e della famiglia, l’analisi dei sintomi e di come e quando si manifestano. Sarà anche utile una visita completa: la palpazione dell’addome e l’eventuale dolore associato orientano sullo stato di salute dell’intestino. In seguito, si potrà anche decidere di fare uno dei tanti test a disposizione, anche se non tutti trovano ampia condivisione fra i medici.

Gli sgraditi sintomi intestinali si manifestano dopo aver mangiato alimenti davvero comuni in tavola, a casa e anche nei menu dei bar o dei ristoranti. Ecco un breve elenco:

  • grano: contenuto in pane, prodotti da forno vari, corn flakes, pizza, impanature, birra;
  • latte e derivati: quindi latticini freschi, gelato, biscotti, creme;
  • lieviti: utilizzati per pane, pizza, cornetti e brioches, birra, e formaggi fermentati;
  • uova: maionese, pasta all’uovo, torte, gelati, budini;
  • frutta secca e soia.

I test per le intolleranze alimentari

Test del sangue

Test del sangue via
Pixabay

In linea di massima il primo approccio per orientarsi nell’intricato labirinto delle intolleranze alimentari è far seguire al paziente una dieta a esclusione: speciale regime dietetico che si basa sull’eliminazione, per 2 settimane circa, di un cibo o di un gruppo di alimenti sospetti. La scomparsa, o la marcata riduzione dell’intensità dei sintomi, sarà utile per orientare la diagnosi. Alla sospensione segue la graduale re-introduzione dei cibi. Nell’arco dunque di 4 settimane dovrebbe essere possibile riconoscere con una buona precisione le pietanze che fanno star male, per poterle eliminare definitivamente.

Per quanti riguarda invece i test veri e propri per la diagnosi delle intolleranze alimentari, è bene fare subito una distinzione tra test convenzionali e altri, invece, che non lo sono. I primi sono i classici test allergologici, ovvero il Prick Test, il Prick by Prick, il RAST, il Prist, il Patch test, il test di Scatenamento: si fanno per lo più per escludere una allergia, che a differenza dell’intolleranza stimola una risposta immunitaria a un cibo. Tutti questi vengono di solito eseguiti in un ambulatorio medico perché si svolgono in contemporanea a prove come spirometria, visita medica e altri esami clinici.

I test non convenzionali sono tutti quelli che non rientrano nel piano di diagnosi offerto dal Servizio Sanitario Nazionale. I più comuni comprendono:

  • Alcat Test, riconosciuto dalla U.S. Food and Drug Administration (FDA). Prevede un prelievo di sangue per procedere alla misura della variazione del volume dei granulociti neutrofili, un tipo di globuli bianchi, a contatto con gli estratti degli alimenti sospetti. La lettura dei dati è strumentale. Cito-test, Bryan-test ed il Nu-Tron sono simili ma prevedono la misura dei leucociti e delle eventuali variazioni al microscopio ottico: perciò i risultati potrebbero essere poco riproducibili perché “operatore – dipendenti”.
  • DRIA test, un metodo tutto italiano basato sulla teoria delle “riduzione della forza muscolare” a seguito del contatto con la mucosa nasale o sublinguale di una sostanza nociva. Un computer misura la caduta di forza della contrazione del quadricipite femorale. Si considera positivo un indebolimento del 10% a causa del contatto con un determinato cibo.
  • Vega test: un test elettro-diagnostico, che non prevede il prelievo di sangue. Durante l’analisi il paziente tiene in mano un elettrodo, collegato a uno strumento di rilevazione dell’energia e il “circuito paziente-strumento” viene chiuso da un puntale metallico che il medico appoggia a un dito della mano. Durante il test nel circuito si inseriscono in sequenza gli estratti delle sostanze da testare e si legge l’eventuale caduta di energia. I test Mora, Sarmtest, Bio Strenght Meter sono simili, ossia sempre basati sul principio dell’elettro-agopuntura secondo Voll. A differenziare questi metodi è per lo più il tipo di puntale per la chiusura del circuito. La limitazione di tutti questi test sembra essere la scarsa riproducibilità dei risultati.

Ai test elettro-diagnostici appartiene anche il Creavutest, piuttosto diffuso in Italia. Durante l’esame l’operatore appoggia un puntale elettromagnetico sull’indice della mano destra del paziente: punto in cui, secondo i principi dell’agopuntura, passa il meridiano intestinale. Nella mano sinistra il paziente tiene un magnete. Un computer invia al puntale sul dito dei segnali elettromagnetici, gli stessi che gli alimenti testati provocherebbero all’interno dell’intestino.

Tutti questi test sono stati pensati per individuare eventuali intolleranze a alimenti o gruppi alimentari: durante il processo si valutano le risposte a più di 100 cibi, ben 196 con il Creavutest. Più specifici sono alcuni esami indicati dal medico dopo una attenta anamnesi e dopo la prescizione di una dieta ad eliminazione. Tra questi ad esempio il Breath-test per l’intolleranza al lattosio.

In ogni caso, per diagnosticare una intolleranza è indispensabile rivolgersi a un medico che sarà in grado di individuare segnali oggettivi e, soprattutto, di escludere cause più gravi di malessere.

29 luglio 2014
I vostri commenti
Morena, domenica 21 agosto 2016 alle18:30 ha scritto: rispondi »

Ma perchè non si parla mai del "Decaller program": mi potreste scrivere cosa ne pensate? vi ringrazio in anticipo. Ciao

tina , martedì 26 luglio 2016 alle12:39 ha scritto: rispondi »

scusi vorrei sapere che tipo di analisi si può fare per vedere quale cibo mi fa ingrassare o 50 anni di solito mangio verdure yogurt frutta ma mi ritrovo sempre con lo stomaco gonfio come si mi avessi mangiato chi sa che

luca, mercoledì 1 giugno 2016 alle15:44 ha scritto: rispondi »

Avevo i tuoi stessi sintomi. Ho consultato una nutrizionista. Mi ha tolto alcune categorie di alimenti: glutine, cibi con zuccheri, latticini, carne di maiale e manzo. Ovviamente mi ha aiutato ad introdurre nella dieta cibi alternativi....fra un po' farò dei tentativi per reintrodurne alcuni. Ora sto veramente bene. Da nn credere!

ANGELA, martedì 23 febbraio 2016 alle22:54 ha scritto: rispondi »

Voi dite di rivolgersi al medico ma sono proprio loro che non credono alle intolleranza al glutine, io chiedo solo questo per capire dopo mangiato ho sempre la pancia gonfia con meteorismo e sono sempre stanca e da qualche tempo o i muscoli che mi si stancano da come ho letto i sintomi quasi ci sono però dopo ne vado a dire al dottore non è così mi potete far capire e darmi una risposta grazie

Silvia , venerdì 11 dicembre 2015 alle8:35 ha scritto: rispondi »

Vorrei sapere quali sono i test e gli esami convenzionali, anche genetici, per riscontrare un'allergia alla barbabietola da zucchero e allo zucchero di canna che non ne prevedano l'assunzione.

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