Da tempo un dibattito molto acceso vede contrapposti vegetariani e onnivori sul tema della deforestazione: sono in molti a credere che il consumo di carne sia una delle cause primarie dell’abbattimento delle foreste, per far spazio agli allevamenti intensivi. Altrettante le opinioni di chi sostiene il contrario: Lierre Keith, ad esempio, recentemente ha affermato che la dieta vegetariana non potrà salvare il mondo. Per cercare di rispondere ai dubbi delle due fazioni contrapposte, l’Union of Concerned Scientists (UCS) ha condotto uno studio che sembra confermare lo stretto nesso tra carne e deforestazione.

Si chiama “Grade A Choice? Solutions for Deforestation-Free Meat” e ha rivelato come la domanda crescente di carne a livello mondiale – nonostante negli USA vi sia stato ultimamente un rallentamento – abbia portato all’abbattimento di grandi aree boschive non solo per i pascoli, ma anche per le coltivazioni di soia, mais e altri vegetali utilizzati nell’alimentazione di bovini, ovini e suini.

Il 60% dei campi agricoli mondiali sarebbe destinato alla produzione di carne, che determina però solo il 2% del consumo di calorie del pianeta. Tale produzione è spesso inefficiente, perché in media servono 10 chili di grano per produrre 1 chilo di carne, e soprattutto inquinante, perché specie come i bovini generano grandi quantità di gas – metano e CO2 in primis – dai loro rifiuti fisiologici. Lo studio, però, non si propone di lanciare una dieta vegetariana tout court, bensì consiglia alla popolazione onnivora di preferire le carni bianche: gli effetti dell’allevamento di polli, infatti, sarebbero ben più contenuti.

«Produrre carne, in particolare di manzo, richiede grandi quantità di terreno. Il consumo globale di carne è cresciuto negli anni recenti e la gran parte dei nuovi campi destinati alla produzione di carne deriva dall’abbattimento delle foreste tropicali. Questa tendenza sta spingendo la deforestazione e contribuisce in modo significativo al surriscaldamento globale. I bovini, in particolare, richiedono aree molto più vaste di polli e maiali, che sfruttano meno terreno pur producendo la stessa quantità di proteine.»

Mucche e vitelli, tuttavia, non sono gli animali più “pericolosi” per la sussistenza del pianeta. Uno studio di Environmental Working Group ha dimostrato come sia la carne di agnello la meno sostenibile, con emissioni di CO2 quasi doppie rispetto agli allevamenti bovini.

30 giugno 2012
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