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Gatti impossibili da studiare: la scienza si arrende

Gatti impossibili da studiare: la scienza si arrende

La scienza si arrende: non è dato sapere se i gatti siano più o meno intelligenti, perché i felini si rifiuterebbero di collaborare negli esperimenti.

Spopolano nell’ultimo periodo le ricerche sull’intelligenza del cane: questi amici a quattro zampe provano emozioni simili agli umani, lo rivela anche la risonanza magnetica. È lo stesso anche per il gatto? Non è dato sapere, la scienza si è arresa: il dolce micino di casa, infatti, è l’animale meno collaborativo nei laboratori di ricerca.

Lo svela David Grimm, l’autore del libro “Citizen Canine: Our Evolving Relationship With Cats and Dogs”. Intenzionato a includere nell’opera un capitolo sull’intelligenza del gatto, si è trovato a vagare senza meta in un deserto di ricerche. Per quale motivo gli studi sul cane spopolano in ogni parte del mondo e sul micio, invece, tabula rasa? Qualche telefonata, un giro di interviste con gli esperti di settore, e il mistero è stato svelato: i gatti sono gli animali più difficili da studiare.

Ádám Miklósi, un esperto di studi cognitivi sugli animali, è letteralmente scoppiato a ridere alla richiesta di maggiori informazioni sull’analisi del felino:

Abbiamo realizzato un solo studio con i gatti. E ci è bastato!

E la conferma arriva anche dall’Italia, precisamente dall’Università di Padova, dove Grimm ha deciso di contattare il ricercatore Christian Agrillo, da anni impegnato nello studio del comportamento dei pesci:

Posso assicurare come sia più facile lavorare con i pesci che con i gatti.

A quanto pare, anche il più docile dei mici si comporterebbe da vera e propria diva una volta giunto in laboratorio – o sarebbe meglio dire il set, dati gli atteggiamenti da capricciosa starlette hollywoodiana. In uno studio per comprendere se i gatti potessero contare su qualche competenza numerica, come il riconoscimento della differenza tra uno o più punti, la maggior parte degli esemplari ha dimostrato disinteresse. Non seguono gli ordini, si dirigono nella direzione opposta rispetto a quella indicata dal ricercatore, si siedono a metà dell’esperimento per un sonnellino o per pulire sornioni il loro pelo, per niente incuriositi da eventuali stimolazioni visive, sonore, olfattive o quant’altro. E questa è una costante per tutti i tentativi di studio condotti sul Pianeta, non solo un caso fortuito e sfortunato di un singolo laboratorio: il gatto non collabora, neanche se invogliato con la più gustosa delle leccornie.

È quindi difficile stabilire quanto il gatto sia intelligente, perché la scienza non ha ancora trovato un metodo efficace per analizzare il cervello del felino di casa. Qualche piccola evidenza in confronto ai cani è comunque emersa da uno studio condotto dal già citato Ádám Miklósi, dove si spiega come Fido sia in grado di riconoscere una situazione irrisolvibile mentre Fufy non avrebbe le stesse capacità. Utilizzando un contenitore sigillato con all’interno del cibo, i cani comprendono come sia impossibile avere accesso alla gustosa pappa, arredendosi. Il gatto, invece, cerca fino allo stremo di aprire la scatola, per nulla cosciente si tratti di un obiettivo irrealizzabile. Questo, però, non è sufficiente per stabilire se il micio abbia capacità intellettive inferiori rispetto alla controparte canina.

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