Ambiente

Disinformazione climatica, il dubbio che frena la transizione ecologica

Giornalista e ricercatore al tavolo analizzano un grafico sul clima e una mappa di calore accanto a un laptop
Verifica di dati climatici in redazione: grafici e mappe a confronto con i contenuti online, tema centrale della disinformazione sul clima.

La disinformazione climatica cambia forma nel 2026, in Francia e in Europa, perché — mentre gli effetti del riscaldamento globale sono ormai visibili tra ondate di calore, siccità e danni economici — il nuovo fronte, secondo il dossier pubblicato a luglio da ADEME, l’Agenzia francese per la transizione ecologica, è mettere in dubbio cause, soluzioni e credibilità di scienziati, giornalisti e istituzioni. Non si nega più sempre il problema, insomma. Si prova, più spesso, a rendere sospetta ogni risposta.

La nuova disinformazione climatica punta sulla sfiducia

Per ADEME, parlare soltanto di fake news sul clima rischia di ridurre il fenomeno a una notizia falsa da smentire in fretta. Il meccanismo è più sottile: mezze verità, dati isolati dal contesto, attacchi personali ai ricercatori, dubbi insinuati sulla stampa specializzata e campagne costruite per confondere il confine tra fatti scientifici e opinioni. “Le soluzioni possono essere discusse”, è il senso del dossier, ma il quadro di fondo — il ruolo delle attività umane nel cambiamento climatico — non è più un terreno neutro di incertezza.

Questa strategia funziona perché intercetta paure concrete. Il costo della transizione ecologica, il potere d’acquisto, il timore di decisioni calate dall’alto: temi reali, che entrano nelle conversazioni nei mercati, nei consigli comunali, nelle chat di quartiere. Eppure, spiega l’Agenzia francese, trasformare queste preoccupazioni in rifiuto della scienza produce un effetto preciso: rallenta le decisioni pubbliche e rende più fragile il dibattito democratico.

Giornalisti e scienziati sotto pressione

Il dossier dedica un passaggio netto al lavoro di giornalisti climatici, ricercatori e divulgatori, oggi esposti a una doppia pressione. Da una parte c’è la necessità di leggere studi, verificare numeri, chiamare fonti indipendenti, distinguere l’incertezza propria della ricerca dalla manipolazione. Dall’altra ci sono i tempi dell’informazione, stretti, spesso dettati da un’alluvione, da una nuova misura politica, da un rapporto scientifico uscito al mattino.

In quello spazio breve, fatto di titoli, social e dirette, la disinformazione ambientale si muove con messaggi semplici e molto condivisibili. Gli esperti, invece, devono spiegare fenomeni complessi senza perdere rigore. ADEME insiste su un punto: servono canali più solidi tra mondo scientifico e redazioni, fonti competenti e riconoscibili, maggiore trasparenza sugli interessi in campo. Altrimenti il vuoto viene occupato da falsi esperti, o da portatori di interessi che non sempre si presentano per quello che sono.

Rinnovabili, città e auto elettrica: tre bersagli ricorrenti

Uno dei terreni più battuti riguarda le energie rinnovabili. L’argomento circola da anni: eolico e fotovoltaico dipendono da vento e sole, dunque sarebbero inaffidabili. ADEME distingue: la produzione è variabile, non imprevedibile. I modelli meteorologici permettono ai gestori di rete di stimare con buona precisione l’energia disponibile il giorno successivo, mentre reti robuste, accumuli e fonti distribuite riducono i rischi.

Il dossier cita anche il blackout in Spagna e Portogallo del 28 aprile 2025, usato in parte del dibattito pubblico per accusare l’alta quota di rinnovabili nel mix iberico. Secondo ADEME, l’indagine tecnica affidata da ENTSO-E a 49 esperti ha indicato un’altra direzione: non la composizione del mix elettrico, ma criticità nella gestione del sistema, in particolare nel controllo della tensione sulla rete spagnola. Il caso, letto così, mostra quanto una spiegazione rapida possa diventare fuorviante.

Un’altra narrazione riguarda la pedonalizzazione dei centri urbani: meno auto e parcheggi, si dice, significherebbero negozi in crisi. ADEME invita alla cautela. Le difficoltà del commercio dipendono anche da e-commerce, affitti, centri commerciali periferici, cambiamenti nelle abitudini di consumo. A Nancy, ricorda il dossier, gli esercenti stimavano che il 77% dei clienti arrivasse in auto; la quota reale era del 35%. A Dijon, dopo la progressiva chiusura al traffico di Place des Cordeliers, i passaggi pedonali sono saliti da 130 mila a 170 mila al giorno tra il 2013 e il 2017.

C’è poi il tema dell’auto elettrica, spesso presentata come più inquinante di quella termica. ADEME non cancella gli impatti della produzione, in particolare delle batterie, legati a litio, cobalto, trasporto e lavorazioni. Ma chiede di guardare all’intero ciclo di vita: produzione, uso, manutenzione, energia consumata, fine vita e riciclo. In un Paese con elettricità a basse emissioni come la Francia, una piccola elettrica può avere un impatto carbonico da due a tre volte inferiore rispetto a un modello termico equivalente. Conta però la taglia: una citycar compensa l’impatto iniziale dopo circa 20 mila chilometri rispetto a un diesel, un grande Suv può richiederne circa 100 mila.

Mezze verità e democrazia: il rischio dell’inazione

Il tratto comune, secondo ADEME, è la tecnica della mezza verità. Le rinnovabili sono variabili, dunque — si conclude in modo scorretto — sarebbero inutili. Le pedonalizzazioni cambiano le abitudini, quindi danneggerebbero sempre il commercio. Le batterie hanno impatti ambientali, quindi l’auto elettrica sarebbe peggiore in ogni caso. Una parte di realtà viene isolata, ingrandita, poi usata per screditare l’intera soluzione.

Il risultato non resta confinato alle discussioni online. Se cittadini e amministratori si convincono che ogni politica climatica sia inefficace, costosa o punitiva, le decisioni vengono rinviate. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, segnala il dossier citando studi sul tema, la disinformazione climatica sui social è cresciuta intrecciandosi con propaganda e strategie di destabilizzazione. Per questo, accanto al fact-checking, servono alfabetizzazione scientifica, trasparenza e tutela di chi produce informazione affidabile. La transizione ecologica, conclude la linea del rapporto, non ha bisogno di slogan: ha bisogno di dati, confronto e fiducia.

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