Condannato gallo perché canta troppo

Condannato gallo perché canta troppo

Fonte immagine: Unsplash

Un gallo è stato condannato in Svizzera: cantava 44 volte al giorno a 84 decibel, disturbando la quiete di un intero vicinato.

Un gallo è stato condannato perché canta troppo, disturbando così la quiete del vicinato. È quanto è accaduto in un comune nei pressi di Zurigo, dove un gruppo di abitanti ha trascinato in tribunale il volatile e i suoi proprietari, per il rumore eccessivo prodotto dall’animale. Più di 44 canti ogni giorno, per un volume in decibel oltre alla soglia di quanto stabilito per legge in Svizzera.

Il tutto nasce dall’esasperazione dei vicini di casa del rumoroso gallo, stanchi di essere continuamente disturbati dal canto dell’animale. E così, avvalendosi di una speciale applicazione, è stato misurato il grado di rumore prodotto dal pennuto: più di 44 canti ogni giorno, con picchi di ben 84 decibel per ogni ripetizione.

La questione è finita in tribunale e i giudici, costatato il disturbo causato dal canterino gallo, non hanno potuto fare altro che emettere una sentenza a favore dei denuncianti. Il pennuto è stato così “condannato” a delle misure di blanda contenzione: sarà libero di razzolare dalle 8 alle 22 nei giorni feriali e dalle 9 in quelli festivi, mentre durante la notte dovrà essere accudito in un’apposita stalla, chiusa e completamente insonorizzata.

I giudici hanno infatti riconosciuto non solo il diritto dei denuncianti di approfittare di un vicinato tranquillo, ma anche quello dell’animale di vivere secondo la sua natura, rimanendo all’aperto per un numero di ore consone al giorno e potendo esprimere il suo canto. Ai proprietari l’onore di fare il tutto possibile per limitare il disturbo, ad esempio all’alba o nel cuore della notte, per evitare di turbare il sonno altrui. Pare, infatti, che il gallo in questione non abbia mai fatto troppa differenza tra giorno e la notte, non limitandosi a esprimere il suo verso solamente al sorgere del sole, ma in qualsiasi momento nell’arco delle 24 ore.

Fonte: Repubblica

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