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Trail running: intervista a Marco Olmo

In occasione della presentazione del libro Correre nel grande vuoto abbiamo intervistato la leggenda del trail running Marco Olmo.

Trail running: intervista a Marco Olmo

Fonte immagine: Roberto Mandelli

Marco Olmo è un uomo che brilla di luce propria mentre racconta le proprie fatiche, quelle di un ultramaratoneta che ha vinto, tra le altre cose, sei volte il Grand Rail du Cro-Magnon (104 km), quattro volta la Jordan Desert Cup (170 km) e due volte l’Ultratrail del Monte Bianco (170 km, vinta a 58 anni). Alla presentazione del suo ultimo libro, “Correre nel grande vuoto“, scritto con Paolo Valentino, eravamo in compagnia di tanti appassionati, atleti e simpatizzanti che per due ore hanno ascoltato con attenzione e coinvolgimento i racconti e i commenti di questo grande atleta e grande uomo, che all’alba dei suoi 71 anni non cede di un millimetro alla noia e alla stanchezza. Tra una chiacchiera e una stretta di mano, ne abbiamo approfittato anche noi per fargli qualche domanda.

Per un atleta che lavora sulle lunghe distanze, il corpo e la mente sono strumenti indispensabili e non separabili. Il primo si allena correndo, il secondo? Cosa ti porta a superare le lunghe ore di corsa, a non mollare anche quando il podio non è un obiettivo raggiungibile? Come si rafforza la volontà?

Si allenano insieme, ti abitui. La prima volta che corri due ore sei distrutto, ma man mano in realtà si compenetrano. È una simbiosi, anche perché la corsa è uno sport usurante a livello di tendini, ossa, muscoli e tenacia. Poi una volta in gara, sei spinto ad andare avanti: a metà gara non vuoi buttare quello che hai fatto e hai lo stimolo a continuare. Tutto questo ovviamente se il corpo sta bene, sono le gambe che portano avanti la testa: come in F1 è la macchina che fa l’80% del lavoro, il pilota ci mette un 20%.

Racconti spesso che la pianificazione degli allenamenti non è la tua parte preferita. Sulle gare, invece, lavori di strategia? E tua moglie che ruolo ha avuto?

Gli allenamenti me li pianifico io, non avrei accettato che altri mi avessero imposto una tabella di marcia. Finché posso avere il controllo e un margine di variazione rispetto ai miei ritmi, fatico quanto voglio e mi confronto solo con me stesso. E poi una volta usciti bisogna portare avanti il percorso, se rientri prima poi i vicini cominciano a pensare che non ce la fai più…

Mia moglie ha vissuto insieme a me tutte le gare facendomi da stratega, manager, assistente e allenatrice. Ma soprattutto ha condiviso i momenti che non erano la gara ma la implicavano. Le vacanze, la vita quotidiana, tutto è stato comunque condizionato da questa passione, che come tutte le passioni ti condiziona la vita. Succede sia che si parli di corsa che di calcio, di caccia o di musica. Ci sono passioni peggiori, anzi, in fondo, questa ci ha permesso di fare tante piccole escursioni, e di arrivare insieme anche in Oman.

Tu sei vegetariano. Questa scelta etica ed alimentare ti ha mai creato problemi?

Sono 32 anni che per motivi etici, sono vegetariano. Non ho mai badato più al risultato di quanto non badassi alla scelta etica che ho fatto. Mi hanno anche detto che con la carne avrei corso più forte, alla fine pare che al traguardo ci sia arrivato comunque. Nello zaino ho imparato a portare parmigiano, frutta secca, gel vegetariani. Di fame non ho sofferto, e di proteine ne ho sempre assunte il quantitativo necessario, senza seguire bilance e programmi strutturati.

Scott Jurek, nel suo libro “Nord” parla dei modelli che sono stati importanti per lui, e per quelli che pongono lui stesso come modello. Tu ne hai? E chi ti ha preso a modello tra atleti di questa o altre discipline?

Ci sono molti giovani, e meno giovani che me lo dicono. Quelli di 50-60 anni quasi mi vedono come un riscatto e una possibilità, ma quelli con cui mi confronto meglio sono i giovani, i ragazzi, dentro e fuori le gare. La verità è che tutti dovremmo essere consapevoli che non è mai troppo tardi per muoversi, ma soprattutto che volte i miti deludono, e io ho paura di deludere i miei fan. Sono un atleta che ha vinto, ma sono anche un essere umano.

Nelle ultratrail, come in tanti percorsi si parla di angeli del percorso. Nelle tue imprese, ne ricordi qualcuno in particolare?

Nessun angelo, né in allenamento né in gara, io mi alleno e corro da solo, pur rispettando molto i miei avversari. Forse l’orgoglio, la megalomania di farti vedere, di farti notare. Uno che comunque corre per arrivare prima, è una gara di io. Molti ad esempio parlano dello yoga come disciplina complementare alla corsa. Per me è un approccio impossibile per un occidentale, e a maggior ragione per chi fa gare. Non ci può essere annullamento se si lotta per un primato.

Come gestisci la dipendenza da endorfina? E come la solitudine dell’atleta?

Il problema dell’assuefazione, della dipendenza esiste. Il giorno che non corri senti la sete che ti chiama. Anche adesso che non corro più cerco comunque di uscire un po’ tutti i giorni perché ti fa star bene psicologicamente, in primis, e poi fisicamente. Fino a che riesco, spero di poter uscire per i miei boschi.

E il fatto di essere un langarolo astemio? Non ti hanno mai ripudiato gli amici?

Forse sono astemio perché prima si frequentavano troppo le osterie. In fondo sono un piemontese atipico: vegetariano, astemio e che corre per i deserti!

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