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Stati Uniti: lo shale gas sta facendo aumentare l’inquinamento

Stati Uniti: lo shale gas sta facendo aumentare l’inquinamento

Il boom dello shale gas nel 2011 presenta il conto: per estrarlo, ogni anno, si emette tanta CO2 quanta ne produce la Francia.

Nuovo capitolo nella saga, purtroppo appena iniziata, dello shale gas statunitense. Dopo aver causato la diminuzione dell’utilizzo del carbone nella generazione elettrica, dopo aver saturato i depositi di gas tanto da suggerire uno stop temporaneo alle nuove perforazioni, dopo aver indotto il presidente Barack Obama alla creazione di una nuova “interagenzia” per regolarne lo sviluppo, ora lo shale gas è accusato di aver fatto crescere l’inquinamento dell’aria nel 2011.

Secondo gli ultimi dati della Banca Mondiale, resi noti in anteprima da Reuters, l’anno scorso la quantità di gas bruciata senza alcun filtro nei pozzi di estrazione di tutto il mondo è cresciuta del 4,5%. La parola che spiega cosa stia succedendo non è, almeno questa volta, “fracking” ma è “flaring“.

La prima, ormai la conosciamo, indica la tecnica utilizzata per estrarre il gas di scisto dalle rocce in cui è intrappolato: si pompa acqua addizionata di sabbia e sostanze chimiche ad alta pressione nel giacimento per rompere la roccia e liberare il gas. E si inquina la falda acquifera, oltre a causare (forse, ancora è da dimostrare) microterremoti nell’area di estrazione.

La seconda, il flaring, indica l’usanza di bruciare il gas sporco in eccesso che esce dal giacimento mentre si estrae il metano intrappolato nelle rocce. Per mantenere la pressione costante, ed evitare esplosioni, si manda alla fiamma pilota il gas in maniera molto simile a quanto è stato fatto a bordo della piattaforma Total Elgin, nel Mare del Nord, per evitare che saltasse in aria a causa della enorme perdita di gas verificatasi un mese e mezzo fa.

I dati della Banca Mondiale dicono che nel 2011, nei soli Stati Uniti, sono stati bruciati con la tecnica del flaring tanti metri cubi di gas quanti ne consuma la Danimarca in un anno per coprire il suo fabbisogno nazionale. E in Danimarca fa freddo. Questo ha portato l’America all’interno della assai poco invidiabile top ten dei “Flaring States“, insieme ad altri Stati già da tempo presenti come la Russia, la Nigeria e l’Iraq.

Poi c’è la questione clima e inquinamento: bruciare gas, per di più ancora sporco di pozzo, non fa certo bene ed emette tonnellate e tonnellate di CO2 in atmosfera. Quante? Secondo la Banca Mondiale il gas bruciato con il flaring in giro per il mondo comporta l’emissione di 360 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno. Tanta quanta ne emettono la Francia o 70 milioni di automobili.

Se questa CO2 dovesse essere tassata con il sistema dei crediti di carbonio, come l’ETS europeo, il flaring costerebbe nel complesso 2,5 miliardi di euro di multe l’anno. Ma, ovviamente, non c’è nessuna tassa sul flaring.

Ci sarà, invece, un minimo di regolamentazione sull’estrazione dello shale gas in America. Dopo la timida uscita di Obama con l’interagenzia che dovrà regolamentarne la produzione, infatti, la grande industria degli idrocarburi statunitense ha deciso di darsi un codice di autoregolamentazione. Una dozzina di operatori, tra grandi e piccoli, hanno annunciato che a breve renderanno note le loro “buone pratiche” per lo shale gas. Si sa già che sia il fracking che il flaring rientrano tra queste buone pratiche.

Fonti: Reuters | RigZone

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