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Riciclare PET conviene? Intervista a Giuseppe Cerbone di Ferrarelle

Riciclare PET conviene? Intervista a Giuseppe Cerbone di Ferrarelle

Fonte immagine: Pixabay

Il riciclo delle bottiglie di PET è ancora poco diffuso in Italia: ecco le ragioni spiegate da Giuseppe Cerbone, procuratore speciale divisione packaging di Ferrarelle.

Fino a qualche mese fa il tema della plastica era centrale. A spazzarlo via dal dibattito è stata l’epidemia di coronavirus che ha polarizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e dei governanti. Tuttavia, la pandemia sta portando ad un utilizzo spinto dell’usa e getta e dunque il problema della plastica è destinato, da qui a qualche mese, ad essere rimesso al centro dell’attenzione.

Proprio per tornare a parlare di plastica, e in particolare di PET (polietilene tereftalato), abbiamo intervistato Giuseppe Cerbone, procuratore speciale divisione packaging del gruppo Ferrarelle SPA, e uno degli artefici dello stabilimento di Presenzano, una eccellenza italiana nel riciclo delle bottiglie di plastica usate.

Dottor Cerbone, avete avuto sempre una prospettiva originale sul PET, valorizzando questo materiale. Avete fatto capire che il polietilene tereftalato ha una vita molto lunga, può essere riciclato. Come e quando è nata l’esigenza di questo cambio di prospettiva?

Almeno una dozzina d’anni fa abbiamo cominciato a porci questo problema. Noi usavamo e usiamo molta plastica e ci siamo interrogati su quale fosse l’effettivo impatto ambientale di questo materiale. Facemmo un’analisi del ciclo di vita del PET, cercando di analizzare tutti i passaggi: produzione delle materie prime, conferimento alla fabbrica, uso, spedizione, consumo e destinazione finale; insomma dalla culla alla tomba dei materiali.

Ci siamo accorti molto presto che il PET era il materiale plastico con minore impatto ambientale. Ma in Italia a differenza del vetro e dell’alluminio il PET non veniva riciclato. Il vetro ha un grado di riciclo molto spinto, ci sono addirittura degli impianti vetrari che marciano al 90 per cento di rottame di vetro. Siamo su livelli direi poco migliorabili. Stessa situazione per l’alluminio che è riciclato prevalentemente per la produzione di packaging.

Grazie alle nostre analisi siamo giunti ad uno scenario che non ci saremmo aspettati: cioè la plastica a perdere ha un impatto ambientale inferiore rispetto al vetro a rendere. Se poi paragoniamo la plastica al vetro a perdere non c’è partita per quest’ultimo. Il vetro a perdere ha un impatto ambientale che è 3 o 4 volte l’impatto della plastica a perdere.

Giuseppe Cerbone - Ferrarelle
Giuseppe Cerbone – Ferrarelle

Mi può spiegare meglio perché ritiene che il PET sia migliore del vetro?

Una delle strade che nel senso comune si ritiene debba essere la via maestra è quella di creare dei contenitori a rendere che possano essere riempiti più volte, riducendo, in questo modo, l’impatto ambientale. Purtroppo, questa è una fake news, perché non è vero né da un punto di vista analitico e neppure da un punto di vista della qualità assicurabile.

Un’azienda che fa packaging ha la necessità di avere delle condizioni di partenza stabili e conosciute. Il materiale a rendere per sua natura è una incognita: lei non sa che cosa un consumatore, con tutta la libertà che gli deve essere lasciata, ci abbia messo dentro. Potrebbe averci messo passata di pomodoro, che lo rende difficile da pulire, potrebbe aver inserito del petrolio per fare il travaso di benzina per la sua autovettura, insomma di tutto. E, infine, potrebbe anche aver danneggiato il contenitore in maniera irrecuperabile.

Ci si trova con qualche cosa di estremamente difficile da trattare. Il vetro ha una grande sensibilità agli urti, che ne abbassa le caratteristiche di resistenza. Per questo La vetreria assicura una bottiglia solo per un ciclo e non alla seconda volta che è stata riempita, in quanto non si ha conoscenza di come possa averla trattata il consumatore. Sulla bottiglia di vetro c’è un problema di rintracciabilità perché c’è scritto chi l’ha fatta ma non chi l’ha riempita o che cosa contenesse. Se c’è un danneggiamento occulto del materiale non sempre è possibile accorgersene ed essere sicuri della sua resistenza. Il consumatore può aver usato quel contenitore e averlo danneggiato al punto che già la seconda volta non è più riusabile. Quindi, in realtà, c’è una contraddizione in termini e questo materiale, il vetro, seppur appaia ottimale per le produzioni a rendere ma di fatto non lo è, come non lo è nessun materiale.

Meglio partire da zero, sapendo da dove parti. Ci siamo resi, dunque, conto che valeva la pena puntare sul polietilene tereftalato. Perciò abbiamo deciso di realizzare un impianto che desse la possibilità di una destinazione d’uso a questo materiale, una volta diventato rifiuto: un contributo fattivo e importante.

Balle di PET compresso
Balle di PET compresso

Perché in Italia in pochi hanno seguito il vostro esempio?

Perché non conviene riciclare la plastica, il materiale vergine costa meno di quello riciclato. Tutto qui, non c’è altro. Il vetro conviene riciclarlo perché il rottame di vetro le abbassa il fabbisogno di energia per fabbricare la bottiglia.

Quindi alla fine l’industriale e l’imprenditore si ritrovano con costi più bassi e con un impiego di materiale da riciclo. Anche l’alluminio è estremamente vantaggioso da riciclare rispetto alla creazione ex-novo di materia prima. Se solo fosse conveniente riciclare plastica, lo farebbero tutti. Il prezzo del materiale vergine in questo momento è di circa 750 euro a tonnellata, un prezzo addirittura inferiore a quello del materiale riciclato.

Quali sono i passaggi per recuperare una bottiglia di PET?

I rifiuti urbani differenziati raccolti dai Comuni (plastica, carta, metalli, vetro ecc.), vengono portati a delle piattaforme di selezione dove vengono separati i differenti materiali. Ciò avviene a cura di consorzi specifici per ogni materiale. In Italia esistono consorzi di raccolta come ad esempio CONAI, che comprende il Consorzio Nazionale Imballaggi, che sotto di sé ha Corepla (consorzio recupero plastiche) e altri consorzi di settore che trattano i vari materiali specifici.
C’è un primo passaggio, quindi, in cui il comune porta i rifiuti alla piattaforma, che riceve soldi dal Consorzio specifico per fare un lavoro di selezione. Nel caso del PET, le bottiglie vengono schiacciate e imballate in parallelepipedi, vi è inoltre una separazione per colore.

Questo materiale viene messo all’asta e acquistato ogni mese da Corepla e, adesso anche da un altro consorzio che abbiamo contribuito a fondare anche noi di Ferrarelle, il Coripet – Consorzio volontario per riciclo del PET, che si occupa solo del riciclo del PET. Vengono fatte, quindi, delle aste e noi, insieme ad altri operatori del settore, acquistiamo le balle, il cui costo attualmente è arrivato intorno ai 550/600 euro per tonnellata, molto prossimo al valore del materiale vergine che, come detto poc’anzi, è valorizzato a 750 euro per tonnellata.

A questo punto le balle di materiale arrivano nelle fabbriche e nella nostra vengono assoggettate a una selezione e a un lavaggio. Vengono tolti l’etichetta e il tappo e vengono separate per colore ma principalmente vengono estratti con dispositivi sia automatici che manuali tutti i materiali non desiderati, come ad esempio il policloruro di vinile, che può essere un inquinante dannoso.
Tutto questo materiale deve essere separato fino al punto da ottenere solo PET di elevata purezza. Esso Viene poi macinato e nuovamente lavato.

Insomma, è un procedimento abbastanza complesso, però, se da un rifiuto devi ottenere una materia prima seconda sono necessari sforzi importanti. Alla fine, otteniamo delle scaglie che sono dei frammenti bidimensionali al 99% di PET che devono essere ulteriormente rigradati per poter avere un prodotto che sia idoneo all’utilizzo alimentare.

Un rigradatore è un reattore che elimina l’acqua che il PET tende a includere e ne aumenta la viscosità. Vengono poi eliminati altri inquinanti volatili come ad esempio idrocarburi che il materiale potrebbe aver assunto nel corso della sua vita precedente. A questo punto la scaglia può essere ritenuta utilizzabile a tutti gli effetti per il contatto alimentare e viene miscelata con il vergine perché in Italia non possiamo andare oltre il 50 per cento di impiego del riciclato.

Dopo aver rigradato la scaglia, ormai ad un livello di purezza elevato, la misceliamo con il vergine, perché, come dicevamo, in Italia non possiamo realizzare bottiglie che abbiano più del 50% di materiale riciclato. Infine portiamo la scaglia in un altro reparto dove abbiamo tre presse, e fabbrichiamo le delle preforme che sono il primo stadio della produzione della bottiglia. Sono oggetti molto più piccoli e si trasportano facilmente e questo è un altro dei vantaggi che ha la plastica rispetto al vetro.

Preforme bottiglie PET
Preforme di bottiglie in PET

Come mai soltanto il 50% di una bottiglia può contenere materiale riciclato?

Non c’è un motivo tecnico per fare una cosa del genere, tant’è vero che è una norma valida solo in Italia, ma che è destinata ad essere superata. Tu non puoi dire “riciclate” e poi mettere un limite del genere, a meno che non sia dettato da una questione di sicurezza ma va dimostrato. Nessuno di noi si è preoccupato di andare a dire di elevare questo limite perché tanto non si riciclava affatto. Come a dire “iniziate a farlo, poi quando si raggiunge una quota tale per cui tale tetto dà fastidio, ne andiamo a parlare”. Noi possiamo produrre anche al 100% di riciclato, non vediamo una grande difficoltà. Ritengo che sia maturo il tempo affinché il limite del 50% per le bottiglie di PET cada, un limite che peraltro non c’è in Europa.

La domanda che sorge spontanea è: visti tutti i passaggi da compiere e un vantaggio economico del riciclato rispetto al vergine davvero esiguo: chi ve l’ha fatto fare?

Innanzitutto bisogna dire che la plastica non avrà un futuro se non la si ricicla. Dobbiamo convincerci che è tempo di abbandonare l’economia lineare e avviare l’economia circolare. E poi, devo dire, che la situazione è profondamente cambiata.

Fino a qualche anno fa il riciclato si attestava su 400-450€ a tonnellata e il vergine era sui 1000-1100€ a tonnellata. Una forbice molto più ampia che ci consentiva di lavorare e addirittura guadagnare con il riciclo. Purtroppo le cose cambiano, il petrolio ha subito un brusco calo e la crisi dei consumi è stata tangibile, soprattutto nel settore del tessile nel quale il PET ha largo impiego.

Attualmente c’è una grande offerta di PET e una domanda molto bassa, per questo i prezzi del riciclato sono così vicini al materiale vergine. La Plastic Tax avrebbe consentito di fare da scudo al settore del riciclo, e probabilmente lo farà quando andrà in vigore, ma i tempi con la crisi dovuta al coronavirus si stanno allungando. In ogni caso in Europa sono stati stabiliti degli obiettivi, per le bottiglie ad esempio vi sarà l’obbligo del 25% di riciclato dal 2025 e il 30% dal 2030, questo sicuramente sarà un incentivo forte ad intraprendere la via del riciclo ed anche la situazione economica cambierà drasticamente.

Che tipo di impatto sta avendo il coronavirus sulla vostra produzione, compreso il vostro impianto di riciclo?

Fortunatamente le nostre fabbriche non hanno dei cicli di lavorazione che presuppongano degli affollamenti, però abbiamo dovuto adottare delle ulteriori norme per salvaguardare la salute e la sicurezza dei nostri lavoratori. Tenga presente che nelle aziende alimentari c’è da sempre un livello di attenzione alla sicurezza molto alto. Noi usavamo già le mascherine, allo scopo di non contaminare le acque imbottigliate, e adesso sono tornate utili anche per minimizzare possibili contagi nella catena produttiva.

Quali saranno gli impatti invece sul vostro fatturato?

All’inizio dell’epidemia abbiamo registrato vendite altissime nella GDO a causa della corsa all’accaparramento di beni da parte delle persone. Adesso le vendite si sono normalizzate e contiamo entro fine anno di riuscire a contenere una probabile perdita di fatturato. Nei prossimi mesi vi sarà un modo di vivere molto diverso da quello al quale eravamo abituati pre-pandema, soprattutto per quanto riguarda i consumi in ristoranti e pizzerie che saranno certamente impattati a causa delle regole di distanziamento sociale. Vi sarà certamente un calo complessivo nei consumi, anche se il nostro settore non sarà quello più colpito.

Pensa vi sarà un impatto anche sulla raccolta differenziata?

Per quanto riguarda il PET non stiamo rilevando problemi, tuttavia la differenziata sta certamente soffrendo, soprattutto per quanto riguarda gli altri materiali plastici. Si è fermata l’edilizia, il tessile, l’automotive: questo ha comportato un accumulo delle poliolefine, cioè tutti i materiali che venivano selezionati e resi materia prima seconda (il polietilene HD, LD) e che attualmente non trovano più collocazione. Bisogna ripartire e farlo velocemente per evitare questa situazione di stallo alla differenziata ed a tutto il settore del riciclo.

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