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Coronavirus: tempi di incubazione più lunghi secondo nuovo studio

Coronavirus: tempi di incubazione più lunghi secondo nuovo studio

Fonte immagine: Pixabay

Un nuovo studio proveniente dalla Cina svela dei tempi di incubazione maggiori per il nuovo coronavirus, suggerendo di modificare le quarantene.

Potrebbero essere più lunghi i tempi d’incubazione per il nuovo coronavirus 2019-nCoV. È quanto rivela uno studio condotto dall’Università di Shanghai MedrXiv, basato sull’analisi su un campione rappresentativo di pazienti positivi in Cina: i tempi potrebbero essere di qualche giorno più elevati rispetto a quanto fino a oggi preventivato.

Così come già ampiamente noto, le linee guida internazionali suggeriscono una tempistica di 14 giorni massimi per l’incubazione da coronavirus. Uno studio di recente pubblicato sul British Medical Journal ha infatti sottolineato come i sintomi compaiano tutti all’interno di questa finestra, con la maggior parte dei quali – il 73% – entro 5.1 giorni, mentre il 97.5% entro 11.5 giorni dall’infezione.

Il nuovo studio cinese, non ancora passato al vaglio proprio dalla comunità scientifica internazionale, suggerisce però tempistiche diverse. Secondo quanto rinvenuto dai ricercatoti, in alcuni casi i sintomi potrebbero manifestarsi anche dai 18 ai 21 giorni, prolungando quindi di qualche giorno le tempistiche dell’isolamento e della quarantena.

I dati provengono dall’analisi di 2015 pazienti positivi, tra cui 99 bambini, residenti in 28 province cinesi differenti. La maggior parte dei casi rientra nei 14 giorni già conosciuti, con una media di 7 giorni per l’apparizione dei sintomi nell’adulto e 9 nei bambini, ma l’11.6% dei casi supererebbe questa soglia. Addirittura, sarebbero stati rilevati episodi – seppur molto remoti – di apparizione dei sintomi a 33 giorni dal primo contatto con il virus.

Per questa ragione, gli scienziati cinesi suggeriscono di aumentare le misure di isolamento dai 4 ai 7 giorni, così come riporta il Corriere. L’attuale periodo di incubazione permetterebbe di identificare solo l’88% degli infetti, aumentando quindi i rischi per quel 12% di persone che potrebbero rappresentare ancora un rischio per il contagio altrui. Così come già anticipato, lo studio dovrà ora essere vagliato dalla comunità scientifica internazionale, per capire se sia davvero necessario rivedere le tempistiche prese per quarantena e isolamento domiciliare.

Fonte: Corriere della Sera

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