A Brescia, nei laboratori dismessi dell’ex Caffaro di via Francesco Nullo, durante le operazioni di bonifica del Sito di interesse nazionale, sono stati trovati nei giorni scorsi circa cinque chilogrammi di acido picrico secco e cristallizzato, una sostanza instabile che ha imposto lo stop immediato del cantiere per evitare rischi a tecnici e residenti. Il materiale, secondo quanto riferito dal CoGePir, il Consorzio Gestione Pirotecnici, era conservato in condizioni tali da renderlo sensibile a urti, vibrazioni, attrito e variazioni di temperatura.
Ex Caffaro, cantiere fermato dopo il ritrovamento dell’acido picrico
La segnalazione è partita dall’azienda impegnata nella messa in sicurezza dell’ex Caffaro, area industriale da anni al centro di interventi ambientali complessi. Dopo l’esame delle immagini inviate dal cantiere, il direttore generale del CoGePir, Piervittorio Trebucchi, ha chiesto di sospendere le lavorazioni, allontanare il personale e avvisare subito Vigili del Fuoco e artificieri. “Non bisognava muovere nulla”, avrebbe spiegato ai tecnici, secondo la ricostruzione del Consorzio. Solo allora l’area è stata isolata.
La Prefettura di Brescia, in base alle prime valutazioni, avrebbe preso in considerazione anche l’evacuazione di una zona con un raggio di circa un chilometro e mezzo. L’intervento degli specialisti ha poi permesso di neutralizzare il materiale, rimuoverlo e trasferirlo in un luogo idoneo, dove l’acido picrico cristallizzato è stato distrutto in condizioni controllate. Nessuno è rimasto ferito. Ma il caso, chiuso senza conseguenze, ha riaperto un tema meno visibile: la presenza di vecchie sostanze chimiche dimenticate in laboratori, scuole, ospedali e magazzini di ricerca.
Che cos’è l’acido picrico e perché diventa pericoloso
L’acido picrico, nome chimico 2,4,6-trinitrofenolo, è stato usato per anni nei laboratori di istologia, nell’industria dei coloranti e, in passato, anche come antisettico. Il suo impiego si è ridotto proprio per i problemi legati alla stabilità della sostanza. Di norma viene conservato umidificato o in soluzione acquosa; il rischio cresce quando l’acqua evapora e si formano cristalli anidri, di colore giallo, capaci di reagire con violenza a urti, calore o sfregamenti.
C’è poi un secondo elemento, non meno insidioso: il contatto con i metalli. L’acido picrico può formare picrati metallici, composti più sensibili, soprattutto in presenza di vecchi tappi, utensili o contenitori non compatibili. Per questo un flacone datato, magari con tappo bloccato o cristalli visibili sul collo, non deve essere aperto né spostato. Sembra un normale recipiente da laboratorio. Eppure, in quel momento, anche una vibrazione può diventare un problema serio.
Cosa fare davanti a un contenitore sospetto
Le indicazioni diffuse dal CoGePir sono nette: davanti a un possibile contenitore di acido picrico secco non bisogna improvvisare. Il recipiente non va toccato, mosso, aperto o fotografato da vicino; occorre allontanare le persone, impedire l’accesso al locale e chiamare immediatamente i Vigili del Fuoco e le autorità competenti. “Il tentativo di svitare un tappo può bastare”, ha spiegato il Consorzio, richiamando la necessità di lasciare ogni valutazione a personale formato.
La gestione di questi ritrovamenti richiede un coordinamento tra pubblica sicurezza, Vigili del Fuoco, responsabili delle bonifiche e operatori specializzati nel trattamento di materiali esplodenti. L’acido picrico essiccato, pur avendo caratteristiche esplosive, non coincide sempre con un ordigno dotato di innesco. Proprio per questo servono procedure chiare: stabilire se mettere in sicurezza il contenitore, rimuoverlo o procedere alla neutralizzazione sul posto è una decisione tecnica, non amministrativa né affidata al buon senso del momento.
Vecchi depositi da controllare, smaltimento solo con ditte autorizzate
Il caso di Brescia non sarebbe isolato. Secondo il CoGePir, vecchi flaconi di acido picrico possono ancora trovarsi in laboratori universitari, istituti scolastici, strutture sanitarie e magazzini di enti di ricerca. Nel maggio 2026, riferisce il Consorzio, una scuola di Genova sarebbe stata evacuata dopo il ritrovamento di una piccola quantità della sostanza nel laboratorio scientifico. La prevenzione, però, non significa aprire armadi e scatoloni senza criterio: servono inventari aggiornati, verifiche affidate a personale qualificato e procedure di emergenza già condivise.
Quando l’acido picrico è ancora utilizzato, deve essere conservato in contenitori compatibili, senza parti metalliche, mantenuto umido e controllato con regolarità. Lo smaltimento non può avvenire negli scarichi, nei normali rifiuti di laboratorio o tramite trasporto autonomo: occorrono imprese autorizzate alla gestione di rifiuti pericolosi con caratteristiche esplosive, nel rispetto delle norme ambientali e di pubblica sicurezza. Secondo i dati forniti dal Consorzio, nel 2025 il CoGePir ha raccolto e gestito oltre 51 mila chilogrammi di rifiuti pirotecnici, mentre nei primi sei mesi del 2026 ne sarebbero già stati trattati più di 40 mila. Numeri che raccontano un problema concreto: un flacone dimenticato per anni, in fondo a un armadio, può trasformarsi in una minaccia per lavoratori, cittadini e ambiente.








