Mentre il Governo italiano finge di non conoscere l’argomento e si guarda bene dall’esprimere una posizione ufficiale in merito, l’UE continua a farsi domande sullo shale gas. Cioè il gas di scisto comunemente definito “non convenzionale” a causa delle difficoltà geologiche da superare per la sua estrazione. Quel gas, in pratica, che si estrae tramite la tanto contestata tecnica del fracking idraulico.

Con un corposo dossier il Joint Research Centre (JRC) dell’Unione mette insieme le maggiori pubblicazioni tecniche sugli idrocarburi non convenzionali (oltre allo shale gas e al tight gas anche il coalbed methane, che è quello che Carbosulcis vorrebbe estrarre dalla miniera di Nuraxi Figus), molte delle quali si basano sulla recente esperienza degli Stati Uniti dove l’estrazione dello shale gas ha recentemente stravolto il mercato dell’energia. Il JRC indaga soprattutto sulle reali possibilità economiche di sfruttamento in Europa di questi idrocarburi e sui possibili impatti ambientali.

Apparentemente le quantità di shale gas sparse nei vari giacimenti in giro per il mondo ammonterebbero a 454 trilioni di metri cubi (Tcm). Cioè migliaia di miliardi: per capire di cosa stiamo parlando basti pensare che il consumo annuale di gas dell’Italia si aggira sugli 80 miliardi di metri cubi, in calo a causa della crisi e dello sviluppo del fotovoltaico). Questo gas sarebbe così diviso tra le varie regioni del mondo in Tcm:

  • Nord America = 108.3;
  • America Latina e Caraibi = 59.7;
  • Europa occidentale = 14.4;
  • Europa centrale e orientale = 1.1;
  • Ex Unione Sovietica = 17.7;
  • Medio Oriente e Nord Africa  = 71.8;
  • Africa sub-sahariana = 7.7;
  • Asia centrale e Cina = 99.4;
  • Asia meridionale = 65.2;
  • Asia pacifica = 8.8.

La prima cosa che salta all’occhio da questa lista è che quando qualcuno afferma che lo shale gas ci renderà liberi dalle importazioni dalla Russia, dal Medio Oriente e dal Nord Africa sostanzialmente mente: lo shale gas sarà soprattutto un affare americano (nord e sud) e mediorientale. Quei 14 ipotetici trilioni di metri cubi, una volta divisi per tutta l’Europa occidentale, non sono certo un miracolo degli idrocarburi.

Poi è la stessa UE a mettere in guardia: di quei 454 trilioni di metri cubi non è detto che siano tutti estraibili. Il problema è che di questi gas non convenzionali ancora si sa poco e fare previsioni è sempre azzardato. Quello che è certo, invece, è che per estrarli ci vogliono le trivellazioni orizzontali e il fracking idraulico, che consiste nel pompare a pressione nel giacimento (dopo aver fatto detonare un po’ di esplosivo per creare delle crepe nelle rocce imbevute di gas) grandi quantità di acqua, sabbia e agenti chimici.

E sugli agenti chimici c’è molto da parlare perché il report JRC specifica che il 99,5% del fango pompato è costituito da acqua e sabbia, ma avverte anche che il restante 0,5% può essere pericoloso perché contiene:

  • Acido idrocloridico o acido muriatico – Serve a dissolvere i minerali e a iniziare la fratturazione delle rocce;
  • Glutaraldehyde – Un disinfettante usato per eliminare i batteri nell’acqua;
  • Persolfato di ammonio – Serve a mantenere la viscosità del fango (e si usa pure nelle tinture dei capelli);
  • N,N-dimethyl formaldeide – Serve a mantenere la viscosità alle alte temperature (si usa anche come detergente nei saponi per le mani);
  • Distillato di petrolio – Serve a diminuire la frizione;
  • Etilidrossietilcellulosa – Tiene in sospensione la sabbia (la troviamo anche nei dentifrici e in molte salse e gelati);
  • Acido citrico – Previene la precipitazione degli ossidi metallici;
  • Cloruro di potassio – Altro stabilizzatore;
  • Carbonato di sodio o di potassio – Serve a “conservare” altri componenti del fango (Usato in molti detergenti);
  • Glicoletilene – Previene i depositi nella conduttura (molto diffuso nei detersivi per la casa);
  • Isopropanolo – Serve ad aumentare la viscosità del fluido di fratturazione (e a pulire gli occhiali e i vetri delle finestre).

Se è evidente che il Vetril non ucciderà nessuno, lo è altrettanto che non è salutare iniettare acidi e disinfettanti nel sottosuolo col rischio che finiscano nella falda acquifera. Altro argomento scottante, infine, è quello dei terremoti generati dal fracking. L’Ue conferma ciò che già si sa: questa tecnica produce un gran numero di scosse di bassa entità, fino al grado 3,6 della scala Richter.

Se, però, mettiamo insieme la possibile contaminazione dell’acqua con le scossette di terremoto lo scenario non è dei più rassicuranti: ogni scossa, infatti, potrebbe favorire la fuga del gas o del fluido di trivellazione dal suo innaturale condotto creato artificialmente dalla trivella.

Nonostante tutti questi dubbi l’Ue è convinta che il gas di scisto possa rappresentare nel futuro prossimo una buona risorsa da estrarre e da mettere a frutto. In questa valutazione, molto probabilmente, riecheggia la volontà politica del Commissario europeo all’Energia Oettinger che, non molto tempo fa, ha chiesto agli europei di essere “meno timidi” nello sviluppo degli idrocarburi non convenzionali.

10 settembre 2012
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gas
Fonte:
JRC
I vostri commenti
Max, domenica 8 dicembre 2013 alle9:03 ha scritto: rispondi »

Il problema è secondo me il continuo inquinamento delle falde. Continuiamo a violentare gli equilibri millenari: stiamo facendo più danni noi in 50 anni che la storia in miliardi. Che pessima eredità....

Sarcate, sabato 15 settembre 2012 alle16:50 ha scritto: rispondi »

Resto di sasso, anzi di scisto ! Insomma, dopo la catastrofe nella bassa modenese c'è chi ha ancora il coraggio di avanzare ipotesi di utilizzo del fracking con "scossette" da 3.6 Richter per creare crepe nella roccia sotto di noi ! Io dico che bisogna essere deficienti e criminali a prendere ancora anche fievolmente in considerazione una pratica del genere ! Sono basito .

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