A Londra, nel 2024, l’esposizione di lungo periodo a PM2.5 e biossido di azoto è stata associata a 3.800-5.100 decessi attribuibili, nonostante il netto miglioramento dell’aria rispetto al 2019, secondo il nuovo rapporto dell’Environmental Research Group dell’Imperial College London realizzato per Transport for London e Greater London Authority per valutare il peso sanitario dell’inquinamento atmosferico nella capitale britannica.
Londra, l’aria migliora ma il costo sanitario resta alto
Il rapporto “London health burden of recent air pollution” aggiorna le precedenti valutazioni sulla Greater London con dati più recenti, un modello ad alta risoluzione e una metodologia epidemiologica allineata alle indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità contenute nel documento HRAPIE-2 del 2025. Il quadro, letto nei numeri, è doppio: la qualità dell’aria è migliorata, eppure l’impatto sulla salute resta pesante.
Tra il 2019 e il 2024, le concentrazioni medie annue ponderate sulla popolazione sono scese del 28% per il PM2.5 e del 41% per l’NO2, il gas legato in larga parte al traffico stradale. Nello stesso periodo, però, l’esposizione cronica ai due inquinanti è ancora associata a 65.600-87.700 anni di vita persi. Non poco, per una città che da anni investe su trasporti meno inquinanti e restrizioni alla circolazione dei veicoli più vecchi.
Il costo economico legato alla sola mortalità viene stimato tra 3,8 e 5,1 miliardi di sterline l’anno. La cifra, precisano gli autori, non comprende il peso delle malattie non fatali: asma, BPCO, ictus, ipertensione e tumore del polmone restano fuori dal calcolo principale. “Una fotografia prudente”, spiegano in sostanza i ricercatori, perché non misura tutto il danno sanitario prodotto dall’aria sporca.
PM2.5 e NO2 in calo: il ruolo della ULEZ
Nel dettaglio, il PM2.5, il particolato fine che penetra in profondità nell’apparato respiratorio e nel sistema cardiovascolare, è passato da 10,9 microgrammi per metro cubo nel 2019 a 7,8 nel 2024. Il biossido di azoto, più direttamente collegato ai motori e alla congestione urbana, è sceso da 28,8 a 17,0 microgrammi per metro cubo. Una riduzione visibile nelle mappe, soprattutto lungo alcune arterie del centro.
Secondo il rapporto, tra le misure che hanno inciso c’è la Ultra Low Emission Zone, la zona a basse emissioni introdotta nel 2019, poi estesa gradualmente fino a coprire tutta la Greater London nel 2023. Nel 2024, le emissioni di ossidi di azoto risultavano inferiori del 36% rispetto a uno scenario senza ULEZ, mentre le concentrazioni di NO2 a bordo strada erano circa il 27% più basse. Il livello di conformità dei veicoli agli standard della zona ha superato il 97%.
Il traffico, comunque, non è l’unica fonte. Nel modello entrano anche ferrovie, aeroporti, combustione domestica e commerciale, attività industriali, cantieri, cottura e uso di legna nelle abitazioni. Ma il trasporto su strada resta centrale, perché espone le persone vicino a scuole, case, fermate degli autobus e marciapiedi. In città, la salute passa anche da lì.
Meno decessi rispetto al 2019, ma il confronto cambia metodo
Uno dei passaggi più delicati dello studio riguarda il confronto con il 2019. L’Imperial College London avverte che non si possono accostare in modo diretto le vecchie stime a quelle del 2024, perché nel frattempo è cambiata la metodologia scientifica: le nuove evidenze attribuiscono all’inquinamento atmosferico un effetto più forte sulla mortalità rispetto ai modelli usati in passato.
Per rendere il confronto coerente, i ricercatori hanno costruito uno scenario con stessi metodi, stessa popolazione, stessi dati di mortalità e stessa funzione dose-risposta, variando solo i livelli di inquinamento. Con questo approccio, il carico di mortalità passa da circa 6.390-8.040 decessi nello scenario con aria del 2019 a 3.810-5.100 decessi nello scenario con aria del 2024. La riduzione stimata è dunque compresa tra 37% e 40%.
Il punto, spiegano gli autori, è che le nuove funzioni concentrazione-risposta basate sulle revisioni epidemiologiche più recenti e sulle indicazioni OMS stimano un danno maggiore a parità di esposizione. Non significa che Londra sia peggiorata. Significa, piuttosto, che la scienza misura meglio il rischio. E misura anche l’effetto combinato di PM2.5 e NO2, due inquinanti spesso prodotti dalle stesse fonti, senza limitarsi a sommare meccanicamente gli impatti.
Il rapporto insiste anche su un messaggio non comodo per i decisori pubblici: per il PM2.5 non esiste una soglia chiaramente sicura. Gli effetti sulla salute possono continuare anche sotto i limiti legali attuali e persino sotto le linee guida sanitarie. Solo allora il rispetto dei valori di legge smette di essere un traguardo e diventa, più realisticamente, una tappa.
Quartieri, fragilità e il confronto con le città italiane
L’impatto dell’aria inquinata a Londra non è distribuito allo stesso modo. Le concentrazioni più alte di PM2.5 e NO2 si registrano nei borough centrali e interni, tra cui City of London, Westminster, Camden, Kensington and Chelsea, Islington e Tower Hamlets, dove pesano traffico, densità urbana e attività commerciali. Ma la mappa cambia quando si guarda ai decessi.
In termini assoluti, i borough più popolosi — Croydon, Barnet, Bromley, Ealing e Brent — registrano il maggior numero di morti attribuibili. Se il dato viene rapportato a 100.000 residenti, emergono anche aree esterne come Bexley, Havering e Sutton, dove una popolazione più anziana e tassi di mortalità di base più alti aumentano il carico pro capite. Il rischio, insomma, dipende dall’aria che si respira ma anche da chi la respira.
La lezione riguarda da vicino anche l’Europa e l’Italia. Secondo dati dell’Agenzia Europea per l’Ambiente riferiti al 2023, l’esposizione all’NO2 ha causato il maggior numero di morti attribuibili a Milano con 1.083 casi, seguita da Roma con 848, Napoli con 753 e Torino con 451. In rapporto alla popolazione, Milano registra 62 morti ogni 100.000 abitanti, Torino 53, Roma e Padova 44.
Per il PM2.5, il carico più alto in anni di vita persi riguarda ancora Milano con 2.678 anni, poi Napoli con 1.914, Roma con 1.781 e Torino con 1.404. Il dato pro capite è più elevato a Padova, con 186 anni persi ogni 100.000 abitanti, seguita da Torino e Venezia a 163, quindi Milano a 153. Numeri che riportano il tema sul terreno della prevenzione sanitaria, non solo dell’ambiente.
Il rapporto dell’Imperial College non descrive una città che ha chiuso la partita con lo smog. Racconta una capitale che ha ridotto in modo consistente PM2.5 e NO2, ottenendo benefici misurabili, ma che deve continuare a intervenire su emissioni, mobilità e quartieri vulnerabili. L’aria più pulita salva vite. Ma, a Londra come altrove, il lavoro non è finito.








