Animali

Living Planet Report del WWF: popolazione vertebrati crollata del 73% in 52 anni, ma proteggere le specie funziona

Living Planet Report del WWF: popolazione vertebrati crollata del 73% in 52 anni, ma proteggere le specie funziona

Il Living Planet Report 2026 del WWF, pubblicato l’8 ottobre 2026, consegna al mondo un dato che difficilmente lascia indifferenti: la dimensione media delle popolazioni di vertebrati selvatici è diminuita del 73% nell’arco di 52 anni, tra il 1970 e il 2022. Non si tratta di una proiezione futura né di uno scenario ipotetico — è ciò che è già accaduto, documentato specie per specie, ecosistema per ecosistema. Eppure, nello stesso rapporto, emergono casi concreti di recupero che dimostrano come l’inversione di rotta sia possibile quando si interviene con determinazione.

Cosa misura davvero quel 73%

Vale la pena chiarire subito cosa rappresenta questa cifra, perché il dato è spesso frainteso. Il Living Planet Index, l’indicatore su cui si basa il rapporto, non misura quante specie si sono estinte: misura la variazione media della dimensione delle popolazioni di vertebrati — mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci — monitorati in tutto il mondo. Un calo del 73% significa che, in media, le popolazioni di queste specie si sono ridotte di quasi tre quarti rispetto ai livelli del 1970.

È una distinzione importante. Una specie può ancora esistere ma con numeri così ridotti da renderla ecologicamente irrilevante o biologicamente vulnerabile. Il declino delle popolazioni precede spesso l’estinzione, ed è per questo che monitorarne l’andamento nel tempo ha un valore predittivo e non solo descrittivo.

Gli ecosistemi d’acqua dolce: il fronte più critico

Tra tutti gli ambienti analizzati nel Living Planet Report 2026, gli ecosistemi d’acqua dolce mostrano il crollo più grave: -85% nella dimensione media delle popolazioni monitorate. Un dato che supera di gran lunga il già allarmante declino degli ecosistemi terrestri (-69%) e di quelli marini (-59%).

Fiumi, laghi, zone umide e paludi ospitano una biodiversità sproporzionata rispetto alla loro estensione geografica, e sono anche gli ambienti più esposti alle pressioni umane: prelievo idrico, inquinamento agricolo e industriale, alterazione dei corsi d’acqua, frammentazione degli habitat ripari. Le specie che dipendono dall’acqua dolce — dalle lontre ai pesci migratori, dalle libellule agli anfibi — stanno pagando un prezzo particolarmente alto.

Le cause: non solo una, ma un sistema di pressioni

Il rapporto del WWF identifica la perdita e il degrado degli habitat come la minaccia più frequentemente rilevata tra le popolazioni monitorate. Non è una sorpresa: la conversione di foreste, praterie e zone umide in terreni agricoli, aree urbane o infrastrutture ha ridotto e frammentato gli spazi vitali di migliaia di specie in ogni continente.

Ma il quadro non si esaurisce qui. Il Living Planet Report 2026 elenca un insieme di pressioni che spesso si sommano e si amplificano a vicenda:

👉 Leggi anche: Filtro stampato in 3D cattura il 90% delle microplastiche in laboratorio: ora la sfida delle lavatrici

  • Sovrasfruttamento delle risorse naturali, dalla pesca alla caccia;
  • Cambiamento climatico, che altera i cicli stagionali, le temperature e la disponibilità d’acqua;
  • Inquinamento, chimico, plastico e da nutrienti in eccesso;
  • Specie invasive, che competono o predano quelle native;
  • Malattie, alcune delle quali favorite proprio dalla perdita di habitat e dalla vicinanza forzata tra specie selvatiche e allevamenti.

Quando queste pressioni agiscono contemporaneamente sulle stesse popolazioni, gli effetti si moltiplicano. Una specie già indebolita dalla perdita di habitat è molto meno in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici o di resistere a un’epidemia.

I recuperi che dimostrano che si può invertire la rotta

La parte forse più significativa del Living Planet Report 2026 — e quella che rischia di passare in secondo piano — riguarda i casi documentati di recupero. Il WWF cita esplicitamente quattro esempi: le tartarughe verdi, il tonno rosso, le tigri e gli elefanti dell’Africa meridionale.

Questi non sono casi isolati o fortunati. Sono il risultato di politiche di protezione attiva, gestione degli habitat, riduzione del bracconaggio e, in alcuni casi, accordi internazionali di pesca sostenibile. Il tonno rosso dell’Atlantico, ad esempio, era considerato a rischio di collasso commerciale: le quote di pesca negoziate a livello europeo e internazionale hanno permesso alle popolazioni di riprendersi in misura significativa. Le tigri, grazie a programmi di tutela nei paesi del loro areale, hanno mostrato segnali di aumento in alcune aree dell’Asia meridionale.

Questi risultati non annullano la gravità del quadro generale, ma offrono un elemento di analisi fondamentale: quando la protezione è reale, concreta e sostenuta nel tempo, funziona. Non è una questione di speranza astratta, ma di efficacia dimostrata.

Il contesto degli impegni internazionali

Il Living Planet Report 2026 esce in un momento in cui gli impegni presi con il Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montréal — firmato nel 2022 — sono ancora in fase di attuazione nei singoli paesi. Quell’accordo prevedeva, tra gli obiettivi principali, la protezione del 30% delle terre e degli oceani entro il 2030. I dati del rapporto del WWF misurano implicitamente la distanza tra quegli impegni e la realtà attuale delle popolazioni selvatiche.

La perdita di biodiversità non è un problema separato dal cambiamento climatico o dalla sicurezza alimentare: ecosistemi funzionali regolano il ciclo dell’acqua, immagazzinano carbonio, garantiscono l’impollinazione delle colture. La perdita di vertebrati selvatici documentata nel rapporto è quindi anche una perdita di servizi ecosistemici che le economie umane non potrebbero facilmente sostituire.

I dati del Living Planet Report 2026 sono consultabili attraverso il sito ufficiale del WWF, che raccoglie anche la documentazione metodologica alla base dell’indice.

Cinquantadue anni di dati dicono che il declino è stato rapido e profondo. Ma gli stessi dati mostrano che le popolazioni rispondono positivamente alla protezione. La domanda rilevante, a questo punto, non è se sia possibile invertire la tendenza — i casi documentati dimostrano che lo è — ma se le politiche in atto siano sufficienti per farlo su scala globale, nei tempi che le specie ancora presenti hanno a disposizione.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Change privacy settings
×