L’identificazione tramite microchip è una pratica piuttosto in voga tra chi possiede un cane, una tecnica legalmente utile perché l’animale possa sempre essere riconosciuto. In particolare in presenza di situazioni quali furto, smarrimento ma anche l’attività discutibile dell’abbandono. Da qualche anno si cerca di estendere la pratica anche ai gatti d’affezione, perché anche loro possano godere di questa tutela importante. Una scelta che potrebbe rivelarsi molto utile per ricondurre a casa con successo felini solitamente dediti alle scampagnate e alle passeggiate di quartiere. In passato la necessità di microchippare il proprio micio non era particolarmente diffusa e richiesta, ancora oggi incontra alcune resistenze legate ai luoghi comuni e alle leggende metropolitane.

Eppure documentare l’appartenenza con un semplice chip indolore risolverebbe tutte le problematiche legate a smarrimenti e furti, limitando le cifre del randagismo e delle sempre più numerose colonie feline. La presenza di un riconoscimento sottocutaneo faciliterebbe l’identificazione del felino attraverso la semplice lettura dello stesso, tramite l’attrezzatura apposita, per riconsegnare il gatto al legittimo proprietario, senza costringerlo a un soggiorno prolungato in gattile. Vige ancora una certa diffidenza nei confronti di questo elemento salvavita, una ritrosia ingiusta nonostante i molteplici canali illustrativi e informativi in merito.

Cos’è il microchip e perché serve

Il microchip è un mini-circuito sottocutaneo della grandezza di un chicco di riso: si innesta sotto il primo strato di cute con il supporto di una siringa. Una metodologia rapida e veloce che non richiede dolore e anestesia, non essendoci controindicazioni e tossicità. Il chip viene inserito tra le scapole dell’animale senza produrre irritazioni e reazioni allergiche, con il tempo potrebbe muoversi sottopelle senza arrecare danno al vostro amico e intaccare gli organi vitali. Si può impiantare tra le cinque e otto settimane di vita, quando il micio avrà raggiunto una struttura fisica e un peso consono. All’interno del microchip verranno indicati numero di telefono, indirizzo di casa e il contatto di emergenza del proprietario. Indispensabile che questi elementi siano sempre aggiornati così da ricondurre prontamente l’animale in caso di necessità.

Il microchip non è un GPS, quindi è impossibile localizzare il gatto in caso di smarrimento, ma l’impianto sottocutaneo garantisce diversi vantaggi per la tranquillità familiare. Come anticipato, in caso di smarrimento i dati riportati possono impedire che Fufi si perda per sempre, ma al contrario ritorni velocemente verso la casa di origine. Le situazioni di vita che possono spingere il gatto a scappare sono tante, ad esempio la semplice voglia di esplorare il quartiere oppure la curiosità imposta dal periodo degli amori e accoppiamenti. Ma anche una fuga dettata dalla paura dal veterinario o da elementi di disturbo come cani, estranei, oppure dal caos di un trasloco o di una festa fin troppo animata, fino ai temibili botti di fine anno. Tutto ciò che incide sulla routine del gatto può spingere lo stesso a scappare fino a perdere la via del ritorno: la presenza di un chip sottocutaneo potrebbe garantirne la salvezza e il ricongiungimento con il suo branco familiare.

7 gennaio 2015
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I vostri commenti
Marco Grigis, mercoledì 7 gennaio 2015 alle11:51 ha scritto: rispondi »

Ciao Nico, il microchip non è uno strumento di localizzazione, come potrebbe esserlo il GPS. Non ha un raggio d'azione, se non di pochi centimetri: il veterinario, trovato un gatto smarrito, passa un lettore sul dorso dell'animale per effettuare la scansione. Puoi paragonare il microchip ai chip NFC degli smartphone: si tratta di una comunicazione a distanza ravvicinatissima.

Nico, mercoledì 7 gennaio 2015 alle11:36 ha scritto: rispondi »

buongiorno, mi sapete dire con esattezza qual è il raggio di distanza che copre il microchip? Grazie

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