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Quanto costa davvero un megawattora: guida alle metriche che stanno riscrivendo il confronto tra fonti

Quanto costa davvero un megawattora: guida alle metriche che stanno riscrivendo il confronto tra fonti
Quanto costa davvero un megawattora: guida alle metriche che stanno riscrivendo il confronto tra fonti

Per capire se una fonte energetica costa davvero meno di un’altra, non basta più guardare il prezzo del singolo impianto.

È qui che oggi si gioca il confronto tra nucleare e rinnovabili, e uno studio lo mette nero su bianco: se si allarga lo sguardo all’intero sistema, il conto cambia parecchio.

LCOE, SLCOE e costi di integrazione: le differenze che contano

Nel dibattito pubblico si cita spesso il LCOE, cioè il costo livellato dell’energia: in pratica, quanto costa produrre un megawattora con una certa tecnologia lungo la vita dell’impianto. È un indicatore utile, ma ha un limite chiaro: considera la centrale, il parco eolico o il campo fotovoltaico come se stessero da soli. Lo studio danese propone invece lo SLCOE, una misura che tiene dentro tutto il resto: rete, accumuli, flessibilità, trasporti, riscaldamento e capacità di seguire la domanda reale. Non è una differenza solo tecnica. Cambia proprio il modo di impostare la discussione. Nel caso esaminato, in uno scenario climaticamente neutrale, il nucleare arriva attorno a 100 euro per megawattora, mentre una combinazione ben calibrata di eolico offshore e solare si ferma intorno a 46 euro. Il dato che ha colpito di più è il divario finale: 53% in meno a favore delle rinnovabili. Ma il punto centrale è soprattutto il metodo. Non si misura solo quanto produce una tecnologia: si misura quanto costa farla stare in piedi dentro un sistema elettrico e termico che deve reggere ogni ora del giorno.

Perché una tecnologia conveniente da sola può diventare costosa dentro il sistema

È qui che saltano molte semplificazioni. Una fonte può sembrare competitiva se la si guarda all’uscita dell’impianto, ma diventare molto meno conveniente quando entra in una rete fatta di consumi che cambiano, picchi serali, ricarica delle auto elettriche, pompe di calore, domanda industriale e bisogno continuo di equilibrio. Lo studio, costruito con il modello EnergyPLAN, mostra proprio questo: il valore economico di una tecnologia dipende anche da quanto riesce a integrarsi con il resto del sistema. Il solare, preso da solo, nel modello risulta più caro perché paga la sua variabilità. Ma se viene affiancato all’eolico offshore, entra in un mix più stabile e molto meno costoso. Il nucleare, al contrario, garantisce una produzione costante, ma si porta dietro una rigidità che in sistemi sempre più flessibili può trasformarsi in un costo. A pesare sono soprattutto gli investimenti iniziali, i tempi lunghi di costruzione, il capitale bloccato e il rischio di ritardi. Gli autori ricordano anche che dal calcolo restano fuori voci delicate, come il deposito definitivo delle scorie e il costo-opportunità legato agli anni necessari per completare i reattori. Ecco perché il prezzo di un megawattora non coincide mai con il solo costo di generazione: dentro ci sono anche cavi, accumuli, gestione della domanda e la velocità con cui una tecnologia riesce davvero a entrare in funzione.

Come leggere studi e scenari senza fermarsi al prezzo “in uscita” dall’impianto

Il caso danese non si può trasferire in automatico in Italia, e farlo sarebbe un errore. La Danimarca ha più eolico, una rete diversa e una lunga esperienza nell’integrazione energetica. L’Italia ha più sole, altri vincoli autorizzativi, un tessuto urbano più fitto e un dibattito pubblico che spesso frena proprio le infrastrutture necessarie a far funzionare bene le rinnovabili. Però la lezione resta valida anche da noi. Quando si leggono studi su nucleare, fotovoltaico, eolico o gas, la prima domanda non dovrebbe essere soltanto “quanto costa produrre”, ma quanto costa far funzionare quella produzione nel mondo reale. Bisogna capire quali ipotesi sono state fatte su costo del capitale, accumuli, rete, flessibilità della domanda e tempi di realizzazione. È lì che si giocano le differenze più concrete per famiglie, imprese e bollette. Se una tecnologia promette energia sulla carta competitiva ma richiede decenni, opere complesse e costi finanziari alti, il vantaggio iniziale può dissolversi. Al contrario, un mix rinnovabile ben integrato può sembrare più fragile a prima vista e poi rivelarsi più efficiente nei conti complessivi. Il confronto tra fonti, in sostanza, non si decide più davanti al cancello dell’impianto: si decide nel sistema che quell’impianto deve tenere in piedi ogni giorno.

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