Il 24 giugno 2026, a Londra e online, ricercatori del CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici e del Leverhulme Centre for Wildfires, Environment and Society hanno discusso, durante la London Climate Action Week, di come gli incendi estremi stiano diventando una delle conseguenze più concrete della crisi climatica, con effetti su comunità, foreste, salute pubblica e qualità dell’aria. Il punto emerso dall’incontro, intitolato “Wildfire predictions and risk management in a changing climate”, è netto: non si tratta più solo di spegnere fiamme, ma di capire perché bruciano territori sempre più vasti e perché il rischio, ormai, corre più veloce delle vecchie procedure di emergenza.
Incendi e crisi climatica, il nuovo scenario europeo
Nel 2025 in Europa sono bruciati oltre un milione di ettari, una superficie più ampia di Cipro: un dato che, secondo i ricercatori intervenuti all’incontro, racconta la portata crescente degli incendi boschivi in un clima più caldo e instabile. A livello globale, se le attuali tendenze climatiche e di uso del suolo non cambieranno, gli eventi estremi legati al fuoco potrebbero aumentare di circa il 50% entro la fine del secolo.
“Gli incendi sono uno dei segni più visibili e brucianti del cambiamento climatico”, ha ricordato Soheil Shayegh, ricercatore del CMCC. Le fiamme non distruggono soltanto alberi e abitazioni: alterano il ciclo del carbonio, rilasciano CO₂ accumulata nella biomassa e nei suoli, e in alcune regioni possono contribuire allo scongelamento del permafrost, rimettendo in circolo riserve di carbonio rimaste intrappolate per millenni. È un meccanismo che si alimenta da solo, almeno in parte.
In Italia, ha spiegato Manuela Balzarolo del CMCC, tra il 2018 e il 2023 sono bruciati in media 109 chilometri quadrati di foreste ogni anno, pari a circa 15 mila campi da calcio. Le emissioni associate, secondo le stime citate durante l’incontro, sono paragonabili a quelle annuali di circa 730 mila automobili. Il dato, letto così, sposta la questione: la foresta che brucia non è solo una perdita locale, ma un serbatoio naturale di carbonio che smette di funzionare.
Fumo, salute e inquinanti: il danno viaggia lontano
L’impatto degli incendi forestali non si ferma al margine dell’area bruciata. Il fumo può percorrere centinaia, talvolta migliaia di chilometri, trascinando con sé PM2.5, black carbon, carbonio organico e sostanze tossiche, con effetti sulla qualità dell’aria anche in città lontane dal fronte del fuoco. Chi abita a distanza, insomma, non è sempre al riparo.
La questione sanitaria pesa soprattutto su bambini, anziani, persone con patologie respiratorie o cardiovascolari e lavoratori esposti all’aperto. A livello globale, secondo la letteratura scientifica richiamata dagli esperti, il fumo degli incendi è collegato a centinaia di migliaia di morti premature ogni anno. Non solo tosse e occhi irritati, dunque, ma un rischio sanitario che entra nei pronto soccorso, nelle scuole, nei quartieri più fragili.
Un nuovo studio del CMCC, citato durante l’incontro, ha ricostruito gli spostamenti delle emissioni prodotte dagli incendi forestali italiani tra il 2008 e il 2024. Le particelle, hanno spiegato i ricercatori, possono attraversare il Mediterraneo e raggiungere altre aree europee, contribuendo all’inquinamento atmosferico ben oltre le zone direttamente colpite. C’è poi un punto meno discusso: se il fuoco interessa aree contaminate da attività industriali, miniere o metalli pesanti, le fiamme possono rimettere in circolo sostanze pericolose. Un’eredità nascosta, che il vento può portare altrove.
Dal singolo rogo al regime di fuoco
Il caso della Corea del Sud, nel marzo 2025, è stato indicato come esempio di rischio amplificato da preparazione insufficiente e governance fragile. Le fiamme hanno bruciato oltre 1.000 chilometri quadrati, più del doppio della superficie di Vienna, causando 27 morti, 40 feriti, quasi 2.900 sfollati e danni economici stimati in oltre 700 milioni di euro. Non bastano, hanno osservato gli esperti, vento e siccità per spiegare una crisi di quelle dimensioni.
Il tema, qui, diventa politico e amministrativo. Secondo i ricercatori, gli incendi estremi non seguono percorsi semplici: pianificare sulla base delle condizioni medie non basta più, perché bisogna prepararsi anche agli scenari meno frequenti ma più distruttivi. “Occorre passare dalla gestione degli incendi alla gestione dei regimi di fuoco”, ha osservato Kate Schreckenberg, richiamando una distinzione spesso trascurata: non tutti i fuochi hanno lo stesso significato ecologico e sociale.
In alcuni ecosistemi, il fuoco controllato, il fuoco prescritto e le pratiche tradizionali delle comunità locali possono ridurre l’accumulo di biomassa secca e limitare roghi più pericolosi. Trattare ogni fiamma come un evento da sopprimere, sempre e comunque, rischia di cancellare questa complessità. Anche sul piano internazionale il vuoto resta evidente: non esiste una convenzione globale specifica sugli incendi, e quando il tema compare negli accordi viene spesso ridotto a emissioni, deforestazione o inquinamento, lasciando sullo sfondo uso del suolo, abbandono rurale e gestione forestale.
Prevedere meglio, decidere prima
La tecnologia offre strumenti nuovi per anticipare il rischio incendi: dati satellitari, modelli fisici, machine learning e sistemi di intelligenza artificiale possono individuare aree più esposte, stimare la propagazione delle fiamme e orientare gli interventi. “Ogni minuto tra il rilevamento e il primo intervento può trasformarsi in perdite più estese”, ha spiegato Shahbaz Alvi, ricercatore del CMCC. Ma un modello accurato nei test serve poco, ha aggiunto in sostanza, se chi opera sul campo non riesce a leggerlo e usarlo in fretta.
La differenza tra probabilità e vulnerabilità resta decisiva. Sapere dove potrebbe bruciare è una cosa; capire perché quel luogo è più esposto, e quali vite o infrastrutture sono in gioco, è un’altra. Un’area remota, poco abitata, può avere un valore ecologico elevato, anche se il profilo di rischio per la protezione civile non coincide con quello di una zona urbano-forestale con ospedali, scuole o popolazioni fragili. È qui che la valutazione deve farsi più fine, meno automatica.
La prevenzione, hanno insistito gli esperti, rimane il centro della risposta. Rosalien Jezeer, di Tropenbos International, ha portato gli esempi delle brigate comunitarie in Bolivia, nella regione di Lomerío, e delle pattuglie nelle torbiere dell’Indonesia, dove il controllo dei canali aiuta a mantenere più alta la falda e a ridurre il rischio di fuoco. Spesso l’azione migliore non si vede: è l’incendio che non parte, la foresta che resta in piedi, la comunità che arriva preparata prima dell’emergenza. In un mondo più caldo, questa sarà la misura vera della capacità di adattamento.








