Caraffe filtranti: pericolose per cardiopatici e ipertesi

Caraffe filtranti: pericolose per cardiopatici e ipertesi

Nell'ambito dell'inchiesta aperta dalla Procura di Torino emergono nuovi dati allarmanti sulla presunta pericolosità delle brocche che depurano l'acqua di rubinetto

Dovrebbero migliorare la qualità dell’acqua che beviamo, e invece sembra che le caraffe filtranti non siano affatto salutari. A gettare pesanti ombre sull’effettiva utilità delle brocche “purificanti” è una nuova perizia richiesta dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello nell’ambito di una inchiesta sulla presunta pericolosità delle caraffe.

Secondo le analisi effettuate su 10 modelli di caraffe filtranti presenti sul mercato italiano, il filtraggio determina la sostituzione di calcio e magnesio, elementi utili alla salute dell’organismo, con sodio e potassio, che invece possono rivelarsi pericolosi per soggetti cardiopatici, diabetici e ipertesi.

Secondo i periti, inoltre, una delle ragioni che spinge gli utenti ad acquistare una caraffa filtrante, ovvero la possibilità di ridurre il calcare presente nell’acqua, si fonda su un equivoco causato dalla scarsa informazione da parte dei produttori. Non sempre, infatti, questa operazione è utile, ma solo su uno dei modelli analizzati è indicato che non va filtrata l’acqua con una durezza inferiore ai 19 gradi francesi. In sette caraffe su dieci, inoltre, sono state trovati ioni di ammonio, assenti nell’acqua di rubinetto pre-filtraggio.

Dalle indagini emergono ombre inquietanti anche per quanto riguarda gli aspetti microbiologici: tutte le case produttrici dichiarano che i filtri delle caraffe rilasciano ioni di argento per contrastare la proliferazione di batteri, ma in tre casi su dieci questi ioni sono risultati assenti. In altrettanti campioni, inoltre, nell’acqua filtrata è stata individuata una carica batterica alta, nonostante non fossero ancora scaduti i previsti tempi di funzionamento del filtro, generalmente indicati in circa 30 giorni.

La perizia, infine, sottolinea l’insufficienza delle informazioni fornite al consumatore: solo la metà dei produttori ammette esplicitamente l’esistenza di un pericolo sanitario, mentre altri ne fanno cenno in un modo che i periti hanno giudicato troppo vago. I risultati delle analisi sono stati trasmessi al ministero della Salute. A questo punto si attendono nuovi sviluppi nell’inchiesta nata da una denuncia di Mineracqua, che ha già fatto finire nel registro degli indagati (per diffusione di sostanze alimentari nocive e frode in commercio) i responsabili delle aziende esaminate in una precedente perizia.

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