Greenstyle Ambiente Inquinamento Poliestere: quanto fa male all’ambiente il re dei tessuti sintetici?

Poliestere: quanto fa male all’ambiente il re dei tessuti sintetici?

Il poliestere è un tessuto sintetico diventato sempre più popolare a partire dagli anni '70. Relativamente economico, facile da produrre, elastico, resistente e versatile, ha trovato larga applicazione sia nella produzione di abiti che di tessili per la casa. Eppure, si tratta di un materiale decisamente inquinante: oltre a contaminare suolo e acqua, è uno dei primi responsabili del rilascio di microplastiche nell'ambiente.

Poliestere: quanto fa male all’ambiente il re dei tessuti sintetici?

Fonte immagine: Pixabay

Il poliestere viene considerato come il re dei tessuti sintetici: economico, versatile e mediamente semplice da produrre, è oggi diffuso in moltissimi capi d’abbigliamento. Eppure, questi pregi del poliestere vengono purtroppo annullati dal suo impatto ambientale: si tratta infatti di un materiale altamente inquinante, poiché principale responsabile del rilascio di microplastiche.

A rivelarlo è un rapporto pubblicato dall’Europarlamento nel 2020: il lavaggio di indumenti sintetici in poliestere è responsabile del rilascio del 35% di tutte le microplastiche oggi diffuse nell’ambiente. E se si considera come ogni singolo ciclo di lavatrice sia in grado di produrre oltre 700.000 frammenti di plastica, si tratta di un problema da non sottovalutare.

Cosa è il poliestere

Produzione di poliestere
Fonte: Pixabay

Con il termine generico di poliestere si identificano diverse tipologie di polimeri plastici, caratterizzati da una buona resistenza, una grande elasticità e costi relativamente ridotti di produzione. Non a caso, questi materiali vengono ormai da decenni utilizzati per produrre tessuti sintetici, ma anche altre tipologie di plastiche come il policarbonato, il polietilene tereftalato (PET) e molti altri ancora.

Nell’ambito dell’industria manufatturiera, per la produzione di fibre tessili per l’abbigliamento o l’arredamento della casa, il poliestere ha trovato una grande popolarità per la sua versatilità d’uso:

  • resiste all’abrasione e alla tensione meccanica;
  • mantiene il suo colore a lungo nel tempo;
  • può essere lavato ripetutamente senza che il capo si deformi;
  • si asciuga in fretta;
  • è decisamente economico.

Oggi il poliestere è impiegato per la produzione di qualsiasi tipo di indumento, dall’intimo ai copricapi, ed è generalmente uno dei tessuti sintetici più utilizzati dalla fast fashion. I suoi costi ridotti, e la facilità di produzione, permettono infatti di produrre capi da proporre poi a buon mercato.

Che tessuto è il 100% poliestere?

Quando si trova sugli indumenti l’indicazione 100% poliestere, si ha la certezza che il capo prescelto sia stato realizzato nella sua interessa approfittando di questo tessuto sintetico. Proprio poiché elastico e versatile, il poliestere può essere infatti essere abbinato ad altre fibre – siano esse di origine naturale o, ancora, sintetiche.

In tal caso, in etichetta si troverà la composizione percentuale del capo finito: ad esempio, una comune suddivisione è quella tra poliestere e nylon, per rendere gli indumenti più elastici.

Quanto fa male all’ambiente il poliestere

Poliestere e microplastiche
Fonte: Unsplash

Così come qualsiasi altro tessuto sintetico di derivazione plastica, il poliestere non può essere considerato un materiale particolarmente sostenibile. E non solo perché la sua produzione richiede grandi quantità d’acqua ed energia, ma per la sua intrinseca struttura. Proprio come la comune plastica, non è infatti biodegradabile: richiede diversi secoli affinché si decomponga. A partire dagli anni ’70, quando il ricorso al poliestere è diventato sempre più comune, ci si è quindi trovati a dover affrontare il problema del suo smaltimento.

A oggi, la gran parte del poliestere recuperato tramite la raccolta dei rifiuti finisce in discarica. Qui, per effetto degli agenti atmosferici, può rilasciare nel tempo dei composti chimici, che possono risultare contaminanti per il suolo e per le acque.

Così come già accennato in apertura, il problema ambientale più grave dovuto al poliestere è però quello delle microplastiche. Circa il 35% di tutte le microplastiche oggi presenti in natura è proprio rappresentato da fibre di poliestere, che si staccano dai tessuti a ogni ciclo di lavaggio. Addirittura 700.000 ogni volta che si inseriscono capi in questo tessuto sintetico in lavatrice.

Purtroppo le microplastiche sono oggi ubiquitarie – sono state addirittura rinvenute sulla cima dell’Everest e nella profondità delle Fosse delle Marianne – e causano diversi problemi ambientali. Innanzitutto, possono alterare il corretto sviluppo della flora, in particolare quella marina, modificando l’irrorazione solare e i processi di fotosintesi clorofilliana. Poi, entrano nella catena alimentare – anche quella umana – poiché pesci e altri abitanti del mare la ingoiano, scambiandola per piccole prede o, ancora, perché invisibile. Non solo a tavola, però, la contaminazione da microplastica ci coinvolge: viene anche inalata di continuo, senza rendersene conto. Sebbene siano necessari ulteriori studi, il sospetto è che la contaminazione continua da microplastiche possa rappresentare un grave interferente endocrino, alterando la normale produzione di ormoni nell’essere umano.

Come si ricicla il poliestere

Fortunatamente, il poliestere può essere riciclato, allo scopo di creare nuovi tessuti o, ancora, altri oggetti in plastica. A livello mondiale, però, molto deve essere ancora fatto: si stima che, a livello mondiale, la raccolta di poliestere per il riciclo non superi il 14% di tutti i capi sintetici buttati nei rifiuti.

Il riciclo del poliestere avviene per via meccanica e termica: gli indumenti, oppure oggetti realizzati con lo stesso materiale, vengono sottoporti a stress meccanici e alle elevate temperature, per ottenerne dei piccoli pellet di plastica da utilizzare nella stampa di nuovi oggetti o, ancora, nel recupero delle fibre.

Ma dove si gettano i vestiti in poliestere? Se il tessuto è ancora integro, i capi realizzati in questo materiale possono essere conferiti nei classici bidoni gialli per la raccolta degli indumenti, anche a scopo di beneficienza. Se invece si tratta di abiti non recuperabili, il poliestere va buttato nell’indifferenziato, a meno di diverse indicazioni dal proprio comune di residenza.

Quali sono i tessuti peggiori da evitare?

Vestiti
Fonte: Unsplash

Non solo poliestere, però: ci sono molti tessuti, in particolare quelli sintetici, che presentano un elevato impatto ambientale. Tra i più comuni, si possono elencare:

  • Nylon: richiede grandi quantità d’energia per la sua produzione e spesso viene tinto con coloranti sintetici altamente inquinanti. Tuttavia, può essere facilmente riciclato;
  • Acetato e Rayon: si tratta di due materiali ricavati dalla cellulosa, tuttavia sottoposti a trattamenti chimici altamente inquinanti;
  • Finta pelle e finta pelliccia: si tratta di materiali di certo etici, poiché non comportano né l’uccisione né lo sfruttamento di materie prime di derivazione animale. Tuttavia, vengono realizzati con polimeri plastici non solo altamente inquinanti, ma anche responsabili del rilascio di enormi quantità di microplastiche;
  • Cotone non biologico: se si analizzano anche i tessuti di origine vegetale, bisogna prestare particolare attenzione al cotone non biologico. Richiede infatti enormi quantità d’acqua per poter crescere rigoglioso e, fatto non meno importante, le coltivazioni su larga scala spesso prevedono l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici contaminanti.

In linea generale, bisognerebbe sempre preferire tessuti naturali biologici, organici e certificati o, in alternativa, scegliere capi che incorporino fibre sintetiche di riciclo.

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