Mangiare sano in Italia non è solo una questione di scelta, ma sempre più di territorio. A parità di dieta, infatti, il costo può cambiare sensibilmente da una provincia all’altra, rendendo più o meno accessibile un’alimentazione equilibrata.
Questo il punto che emerge da una nuova analisi sui prezzi, che aggiunge un tassello importante al tema già affrontato: non tutti partono dalle stesse condizioni quando si parla di dieta mediterranea e spesa alimentare.
Province del Nord più care sui prezzi medi e massimi: ecco cosa dice la mappa
L’analisi, pubblicata sulla rivista Quality & Quantity, ha esaminato oltre 326mila rilevazioni di prezzo su 167 prodotti alimentari in 107 province italiane, tra agosto 2021 e marzo 2024. Il quadro è chiaro: nelle province del Nord i prezzi medi e i prezzi massimi dei panieri sani sono più alti. Tradotto: a parità di dieta, in alcune aree del Paese la spesa mensile sale di più. Per un uomo adulto, per esempio, il costo medio di una dieta sana supera i 200 euro nei mesi primaverili ed estivi; per una donna adulta si va comunque oltre i 200 euro negli stessi periodi. Aumenti costanti anche per anziani e adolescenti. C’è poi il fattore stagione: i mesi più caldi, con l’eccezione dei bambini piccoli, risultano in genere i più costosi. Il punto, in sostanza, è questo: mangiare bene non dipende solo dalle scelte individuali, ma anche da dove si vive, perché il mercato locale incide direttamente sul prezzo finale.
Al Sud i prezzi minimi più alti: pesa la minore presenza della grande distribuzione
Lo studio segnala anche un paradosso. Nel Mezzogiorno, anche quando i prezzi medi sono più bassi rispetto al Nord, i prezzi minimi risultano spesso più alti. In pratica, trovare l’opzione più conveniente per costruire una dieta equilibrata può essere più difficile proprio dove i redditi medi sono più bassi. Secondo Stefano Marchetti dell’Università di Pisa, una spiegazione possibile sta nella minore presenza della grande distribuzione organizzata in alcune province del Sud. Dove la rete dei supermercati è meno estesa e la concorrenza è più debole, anche il prezzo più basso disponibile tende a salire. E non è un dettaglio: il prezzo minimo è la soglia reale entro cui una famiglia attenta ai conti prova a restare. Se quella soglia parte già alta, l’accesso a un’alimentazione sana diventa più fragile, soprattutto per chi deve già fare i conti con spese incomprimibili come casa, trasporti ed energia.
Concorrenza, economie di scala e accesso al cibo: perché il divario resta
Dietro questa geografia dei prezzi ci sono fattori molto concreti: la concorrenza tra punti vendita, la dimensione della rete distributiva, le economie di scala e la facilità con cui i prodotti arrivano sugli scaffali. Tutto questo incide sul costo finale degli alimenti consigliati in una dieta sana: cereali integrali, frutta, verdura, legumi, yogurt, olio extravergine d’oliva, frutta secca e pesce. Dove la distribuzione è più fitta, il consumatore trova più offerte e più variazioni di prezzo; dove il mercato è meno competitivo, lo spazio di scelta si restringe. Così il tema del cibo sano non riguarda più solo la nutrizione, ma diventa anche territoriale e sociale. Lo studio, realizzato nel progetto PRIN 2022 sul rapporto tra povertà, vulnerabilità e diete sostenibili, indica proprio questa direzione: servono monitoraggi più precisi e politiche capaci di leggere le differenze locali, perché se una dieta corretta costa di più a seconda della provincia, allora il problema non è soltanto educare a mangiare meglio, ma rendere quella scelta davvero possibile, ogni giorno, per tutti.








