Mangiare bene in Italia costa sempre di più. E questo aumento non colpisce tutti allo stesso modo. A dirlo è uno studio universitario del progetto PRIN 2022, che lega il rincaro dei prezzi del cibo a un nodo molto concreto: la possibilità reale di seguire una dieta sana per famiglie fragili, anziani e minori.
Lo studio PRIN su povertà e diete sostenibili: perché servono controlli continui
La ricerca, pubblicata sulla rivista Quality & Quantity e firmata da studiosi delle università di Pisa, della Tuscia e Roma Tor Vergata, ha ricostruito il costo di panieri alimentari ispirati alla dieta mediterranea usando oltre 326mila rilevazioni di prezzo raccolte in 107 province italiane tra agosto 2021 e marzo 2024. Il dato più significativo è uno: il prezzo di una dieta sana non è stabile. Cambia con le stagioni, sale nel tempo e varia da zona a zona. Per un uomo adulto il paniere medio supera i 200 euro nei mesi caldi; per una donna adulta va oltre i 200 euro in primavera-estate. Gli anziani restano su livelli più bassi, ma comunque in crescita. E anche per adolescenti e bambini l’aumento nel triennio si aggira attorno al 20 per cento o più. Il punto, spesso lasciato sullo sfondo nel dibattito pubblico, è semplice: non basta dire che bisogna mangiare sano, bisogna capire se quel modello alimentare resta davvero sostenibile, mese dopo mese, per chi lo deve portare in tavola. Da qui la necessità di strumenti di monitoraggio continui, capaci di mettere insieme prezzi, consumi e fragilità sociali. Perché senza dati aggiornati si rischia di arrivare tardi, o di intervenire con misure troppo generiche.
Chi paga di più l’aumento dei prezzi: famiglie fragili, minori e anziani
L’inflazione alimentare pesa su tutti, ma non tutti hanno lo stesso spazio per reggerla. Per le famiglie con redditi bassi, anche pochi euro in più alla settimana possono voler dire rinunce, prodotti sostituiti con alternative più economiche o una spesa meno equilibrata dal punto di vista nutrizionale. Lo studio segnala anche differenze geografiche che rendono il quadro ancora più complicato: i prezzi medi e massimi sono più alti al Nord, ma i prezzi minimi, cioè la soglia teoricamente più bassa per costruire un paniere sano, risultano spesso più elevati al Sud. In alcune aree pesa la minore presenza della grande distribuzione e quindi una concorrenza più debole. Il nodo più delicato riguarda chi ha bisogni specifici e poca libertà di spesa. I minori, soprattutto nelle famiglie numerose, rischiano una dieta più povera in qualità proprio in una fase decisiva della crescita. Gli anziani, spesso soli o con pensioni contenute, possono essere spinti a tagliare su pesce, frutta secca, yogurt, olio extravergine e altri alimenti legati a una migliore prevenzione. Quando il costo del cibo sano cresce più del reddito disponibile, la disuguaglianza non resta solo economica: entra direttamente nella salute.
Dai panieri calmierati agli aiuti mirati: le misure allo studio per contenere il costo del mangiare bene
A questo punto il tema non è solo descrivere il problema, ma capire quali politiche possano limitarlo. Una prima strada è quella dei panieri calmierati su alimenti essenziali per una dieta equilibrata, seguendo il modello delle discussioni già avviate in altri Paesi europei. Frutta, verdura, legumi, cereali integrali, latte fermentato, olio d’oliva e pesce conservato o fresco di base potrebbero rientrare in accordi temporanei con la distribuzione, soprattutto nei momenti di maggiore oscillazione dei prezzi. Da soli, però, i prezzi calmierati potrebbero non bastare, perché le fragilità non sono tutte uguali. Per questo si guarda anche a interventi più mirati: buoni spesa vincolati all’acquisto di alimenti salutari, rafforzamento delle mense scolastiche e dei servizi territoriali per anziani, incentivi locali nei quartieri o nelle province dove il paniere minimo costa di più. C’è poi il capitolo della trasparenza: rendere pubblici e comprensibili i dati sul costo di una dieta sana aiuterebbe amministrazioni e cittadini a capire dove intervenire e con quale urgenza. In fondo il punto è questo: se mangiare bene diventa un lusso intermittente, allora il problema non è più solo individuale. Diventa collettivo. E prima o poi chiede una risposta politica vera.








