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5G e coronavirus: report solleva il disappunto degli scienziati

5G e coronavirus: report solleva il disappunto degli scienziati

Fonte immagine: Pexels

Un report suggerisce una correlazione tra 5G e coronavirus, ma gli scienziati si oppongono: nessuna sperimentazione scientifica e dati di controprova.

Tecnologie 5G e coronavirus, un report causa dissenso nell’universo scientifico. È quanto sta accadendo in questi giorni dopo l’apparizione su PubMed di un rapporto che collegherebbe l’esposizione alle frequenze 5G all’infezione da COVID. Ma diversi scienziati si oppongono, intervenendo su Twitter e chiedendo perché PubMed abbia permesso la pubblicazione del contenuto. Paper a quanto pare poi ritirato.

La discussione nel mondo scientifico è cominciata lo scorso 24 luglio, quando PubMed ha reso disponibile un report elaborato dalla Central Michigan University, dalla First Moscow State Medical University e dall’Università Telematica Guglielmo Marconi. Il report, in attesa di revisione scientifica, sostiene che le frequenze del 5G possano stimolare le cellule umane a riprodurre il coronavirus. Secondo quanto riportano Daily Mail ed ExtremeTech, i ricercatori avrebbero sostenuto che le cellule della pelle potrebbero fungere come antenne e assorbire il segnale, alterando così l’attività cellulare.

Paper 5G: protestano gli scienziati

Così come anticipato, diversi scienziati hanno scelto la piattaforma Twitter per esprimere dubbi sul report in questione. In primo luogo, gli autori non avrebbero portato gli esiti di sperimentazioni scientifiche per confermare la loro tesi, quindi sarebbe al momento molto difficile collegare il 5G al coronavirus, senza una vera e propria prova sul campo. Dopodiché, a livello mondiale non si osserva una correlazione tra la distribuzione di network 5G e casi di coronavirus, in particolare in Italia. Lo Stivale vede un’implementazione ancora molto ridotta di questa tecnologia, tanto che copre solo porzioni dei centri urbani più grandi, mentre la maggior parte di casi di COVID si è registrata in aree periferiche e montane, dove il 5G non è ancora arrivato. Dati analoghi negli Stati Uniti: la nazione dal numero più elevato di contagi non dispone di network 5G estremamente capillari, battuta da Arabia Saudita, Corea del Sud, Svizzera, Kuwait, Australia, Spagna e Regno Unito.

Il report farebbe poi riferimento ai danni delle frequenze “fino a 72 GHz”, tuttavia il 5G a livello mondiale viene implementato a frequenze decisamente più basse. I 29.5 GHz sono stati scelti solo in Giappone e Corea del Sud, mentre la gran parte delle nazioni – Italia compresa – si assesta tra i 26 e i 27 GHz.

Elisabeth Beth, ricercatrice per l’Università di Stanford e ora revisore di pubblicazioni scientifiche, non ha avuto mezzi termini nel definire il report:

Questo paper mi ha fatto rimanere a bocca aperta. Notate come scrivono che le frequenze portano alla produzione del COVID-19. A quanto pare, confondono la malattia con il virus. […] Invito tutti a strappare questo report.

Peter Grad, esperto per Medical Xpress, ha espresso preoccupazione per la pubblicazione di simili contenuti, non sottoposti a sufficiente revisione.

Questi siti mettono in dubbio la ricerca legittima e i fatti comprovati, diffondendo distorsioni dannose degli eventi di cronaca, della scienza e della salute, creando immotivata paura. Ancora, inquinando la coscienza globale con la falsa scienza, rendono difficile per il pubblico distinguere tra la propaganda e la ricerca scientifica genuina sui potenziali rischi di sviluppo, in un’era che sta testimoniando la rapida crescita delle trasmissioni su onde elettromagnetiche a bassa frequenza.

Fonte: Daily Mail

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