Quando il ministro dell’Ambiente Galletti alla COP21 parlava dell’Italia come di uno de Paesi convinti della necessità di mantenere il surriscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi entro fine secolo, molte persone devono essersi chieste come il Governo intendesse farlo, vista la politica portata avanti soprattutto negli ultimi anni, in tema di fonti fossili. Ieri è accaduto però quello che non ci si sarebbe aspettati: il Governo ha presentato tre emendamenti alla Legge di Stabilità 2016 che metterebbero fine per lo meno al progetto Ombrina Mare in Abruzzo.

Sembra davvero stavolta che la mobilitazione dal basso sia riuscita a fare breccia: le associazioni ambientaliste (FAI, Greenpeace, Legambiente, Marevivo, Touring Club Italiano e WWF in testa), insieme al movimento No Triv da tempo erano mobilitate e sostenevano le iniziative delle Regioni, che in 7 hanno impugnato di fronte alla Corte Costituzionale l’art. 38 dello Sblocca Italia e poi sono arrivate in 10 si sono unite nella promozione del referendum sull’art. 35 del DL 83/2012 e sull’art. 38 del DL 133/2014.

Il movimento No Triv afferma che sia stato proprio per evitare il referendum, che conteneva dei punti anche sulle prospezioni in terra ferma, che il Governo Renzi sia tornato sulle sue decisioni. Gli emendamenti introducono i nuovi commi dal 129-bis al 129 quater, al testo della Legge di Stabilità 2016, all’esame della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati.

Con tali emendamenti viene ripristinato il limite delle 12 miglia in Adriatico, entro le quali non possono essere fatte concessioni. Vengono fatti salvi solo i titoli concessori già ufficiali. Di fatto viene così bloccato il progetto Ombrina Mare 2 che doveva andare a vantaggio del gruppo britannico Rockhopper e che tanta mobilitazione aveva visto in Abruzzo e Molise.

Lo stesso destino dovrebbero subire anche la piattaforma petrolifera Vega B nel canale di Sicilia e le prospezioni in Adriatico della Spectrum Geo, che vanno dall’Emilia Romagna alla Puglia.

Con le modifiche appena apportate ritorna a valere anche la figura della Regione e degli enti locali: viene cancellata la dichiarazione di “strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività petrolifere” con la quale le Regioni venivano estromesse dai processi decisionali e viene cancellato anche il “vincolo preordinato all’esproprio della proprietà privata” già a partire dalla ricerca degli idrocarburi.

Le proroghe verranno eliminate e così di fatto verranno limitate le attività di ricerca e di estrazione. Ambientalisti e cittadini comuni che hanno lottato fino a ieri si dicono soddisfatti. Le associazioni ambientaliste chiariscono anche che:

Questo dimostra quanto improvvisate e strumentali fossero le norme pro-petrolieri, che hanno messo a rischio l’ambiente marino e le economie del mare (turismo e pesca), pur di andare a sfruttare giacimenti che non risolvono i nostri problemi energetici.

Ora, dopo gli impegni assunti a Parigi, ci auguriamo che il Governo abbandoni la ricerca selvaggia e improduttiva degli idrocarburi e butti nel cestino la Strategia Energetica Nazionale (SEN), pro-fossili, prendendo finalmente la strada maestra di un Piano per il clima e l’energia che punti alla de carbonizzazione dell’economia. Le scelte energetiche, per i loro importantissimi effetti che hanno sul clima, non possono essere gestite con norme spot contraddittorie, ma meritano di essere inserite in un disegno più organico.

Due dei punti controversi che non hanno soddisfatto le parti in causa sono stati: l’abrogazione del comma 1-bis dell’art. 38 del decreto Sblocca Italia che prevede la cancellazione del “Piano delle aree” in cui svolgere le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi.

Questo comporta il venir meno di una Valutazione Ambientale Strategica complessiva, che viene sostituita dall’esame caso per caso. L’altro punto è il mantenimento del periodo di 6 anni per le attività di ricerca derivanti dal titolo concessorio unico.

15 dicembre 2015
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