Uno degli argomenti più caldi delle ultime due settimane è il rapporto tra trivellazioni petrolifere e gasifere e terremoti. I geologi, mediamente, affermano che non esista alcun collegamento tra le due cose, tanto è vero che i terremoti in Emilia ci sono stati anche 500 anni fa, quando non si estraeva né petrolio né gas.

Altri, invece, hanno concentrato l’attenzione sulle estrazioni di gas non convenzionale (l’ormai famoso shale gas, o gas di scisto) con la tecnica del fracking, che certamente provoca sismi di piccola entità ma non terremoti da cinque o più gradi della scala Richter. O, almeno, così si pensa in base ai dati raccolti sino a ora. Come sino a ora si è sempre detto che in Italia il fracking non si fa, ma a quanto pare è falso. Perché, alla fine, anche il fracking è rimasto vittima della trasparenza della rete che ha trovato almeno un caso di “esperimento italiano” di estrazione di shale gas col fracking.

Si tratta del campo di estrazione gas di Ribolla, in provincia di Grosseto, all’interno di due permessi di ricerca entrambi ottenuti dall’inglese Indipendent Resources. Che, guarda caso, possiede l’85% di ERS (il restante 15% è dell’italiana ERG). Cioè della società che voleva costruire il sito di stoccaggio gas a Rivara, appena bloccato dai Ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico in seguito al sisma dell’Emilia. Ma anche “geograficamente” al centro delle indagini, ancora contro ignoti e senza ipotesi di reato, della Procura di Modena che sospetta trivellazioni abusive.

I due permessi di ricerca di Indipendent Resources dove è stata sperimentata l’estrazione dello shale gas si chiamano Fiume Bruna e Casoni. Come al solito, il sito dell’Ufficio Nazionale Miniere e Idrocarburi non offre alcuna informazione sul tipo di attività svolte nei due siti. Qualcosa in più lo si legge sul sito della stessa Indipendent Resources che, nel descrivere le operazioni effettuare a Ribolla afferma:

Il pozzo FB 2 (obbiettivo della perforazione a 340 metri di profondità) è stato successivamente perforato per testate la produttività del carbone [il gas che vogliono estrarre è intrappolato in un giacimento carbonifero] nella parte bassa del bacino, dove sono stati trovati il carbone e lo scisto saturi di gas. Un lavoro di fratturazione idraulica con fango ceramico, studiato per aumentare la produttività, è stato seguito da sette settimane di test

E i risultati del fracking e delle sette settimane di test sono stati così buoni da spingere l’azienda a presentare, a Milano nell’ottobre 2011 nel corso della American Association of Petroleum Geologists (AAPG) International Conference & Exhibition, i risultati del loro lavoro. Una presentazione in cui si legge che il prossimo passo sarà quello di tentare, oltre all’hydraulic fracturing anche il “nitrogen fracturing”. Pomperanno, cioè, azoto. Ma non prima di aver ottenuto la concessione di sfruttamento che, al momento, da quanto si legge sul sito dell’UNMIG non è stata ancora rilasciata.

Che il fracking causi o meno sismi, che siano essi piccoli o grandi, a questo punto è almeno certo che non è affatto vero che la tecnica non sia mai stata utilizzata in Italia. Almeno un caso, che non è detto sia l’unico, è adesso dimostrato e documentato. Che il fracking faccia malissimo all’ambiente, invece, è certificato dalle pubblicazioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia e da un recentissimo articolo pubblicato dall’ENEA italiana.

L’Italia, al momento, non ha alcuna legge che regoli le estrazioni di shale gas o il fracking. Sia esso idraulico o con azoto pompato a pressione, è giunto il momento che se ne scriva una, sempre che i 25mila posti di lavoro nel settore petrolifero promessi da Corrado Passera non dipendano proprio dall’utilizzo di queste tecniche.

Fonti: Blogeko | Indipendent Resourcers | ERS | UNMIG | AAPG

7 giugno 2012
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I vostri commenti
Dcaliman, mercoledì 27 giugno 2012 alle14:59 ha scritto: rispondi »

 I problemi in termini ecologici, durante le perforazioni e frantumazioni,deriveranno dai grandi quantitativi di acqua e diversi solventi da trattare. Oggi la tecnologia esiste.Devono solo interpellare il chimico Italiano che ha permesso la desoleazione dei liquidi di risulta ,in questo caso di oli e acqua di ben 7 impianti petroliferi in Algeria. La consuetudine era ( nei campi limitrofi total con processo diverso non si hanno ancora risultati) di convogliare i liquidi nel deserto formando una sorta di sabbie mobili per poi incendiarle come ancora avviene fino a tutto il medioriente. Il processo è l'ideale in presenza di scisti bituminosi come nel Canada che sta procurando notevoli problemi ecologici.

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