Il fenomeno della “dead zone” del Golfo del Messico, un’area dell’Oceano Atlantico caratterizzata da una drastica riduzione dei livelli d’ossigeno durante l’estate, raggiunge nel 2017 delle dimensioni record. Un dato preoccupante, considerato come la ripetizione annuale determini la morte di molte specie animali e vegetali, in particolare dei pesci. Un’area grande quanto il New Jersey, mai avvistata prima con simili dimensioni, conseguenza diretta dell’azione dell’uomo e dell’emissione in atmosfera di sostanze inquinanti.

La singolare condizione si ripete ormai da diversi anni in estate e, con il passare del tempo, diventa sempre più problematica. A causa delle correnti e dell’inquinamento, una vasta area del Golfo del Messico subisce una riduzione importante dei livelli d’ossigeno, tali da impedire la crescita delle specie vegetali e la sopravvivenza di quelle animali. La NOAA, National Oceanic and Atmospheric Administration, conduce delle indagini cicliche per comprenderne l’estensione e, a quanto sembra, per il 2017 si sarebbe raggiunta una cifra record: 23.000 chilometri quadrati di mare pressoché inabitabile. Si tratta della più grande estensione mai misurata nella storia, a partire dal 1985, quando le agenzie statunitensi hanno cominciato a raccogliere dati sul fenomeno.

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Secondo gli esperti, la “dead zone” sarebbe conseguenza diretta dell’immissione in mare di scarichi inquinanti, in particolare provenienti dal fiume Mississippi, ma anche e soprattutto dal ricorso a concimi e fertilizzanti chimici in agricoltura, plastica e molto altro ancora. Determinante, secondo alcune associazioni indipendenti locali, sarebbero anche gli allevamenti intensivi di bovini, sia a livello di rifiuti pericolosi che di coltivazione di soia, grano e altri foraggi a loro dedicati.

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Queste sostanze stimolano la crescita di vere e proprie alghe killer che, sottraendo grandi quantitativi d’ossigeno, conducono alla morte le specie vegetali autoctone e diverse famiglie di pesci. Una biodiversità costantemente minacciata quindi, nonché le stesse attività dell’uomo: le zone morte dell’Oceano, infatti, hanno conseguenze devastati sulla pesca e sull’economia.

4 agosto 2017
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NPR
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