Solo il 10% dei coralli che formano la barriera corallina dei Caraibi mostra segni di vita. Il collasso di questo ecosistema ha varie cause: la raccolta che supera i limiti di rigenerazione, l’inquinamento prodotto a terra che viene portato al mare insieme al dilavamento dei fitofarmaci usati in agricoltura, fino ai cambiamenti climatici.

Negli anni ’70 era vivo il 50% dei coralli, mentre all’ultimo censimento i ricercatori hanno trovato che solo l’8% di questi organismi era ancora in attività. Senza i coralli vengono a mancare cibo e rifugi per i giovani pesci, senza pesci da pescare o da fotografare anche l’economia umana collassa.

Nelle condizioni peggiori si trovano le barriere sottoposte a forte pressione antropica, mentre quelle di zone meno popolate, come nelle Antille olandesi o nelle Isole Cayman il tasso di sopravvivenza dei coralli si aggira intorno al 30%.

Il rapporto sullo stato di salute delle barriere coralline viene presentato questa settimana dal Global Coral Reef Monitoring Network, un gruppo di scienziati che fanno capo all’IUCN, al World Conservation Congress nell’isola di Jeju, in Corea del Sud.

Tra le misure urgenti da prendere per limitare i danni, ormai già molto gravi, ci sarebbe da porre dei limiti agli scarichi che vengono gettati nelle acque, alla pesca e alla raccolta di coralli, l’istituzione di aree marine protette e, in generale, tutte le misure che contrastano il riscaldamento globale sono benvenute.

10 settembre 2012
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