Secondo quanto riportato da un recente articolo de Il Giornale il Governo Letta potrebbe imporre una tassa sui ricavi del fotovoltaico e delle altre rinnovabili. Più che tassa, in realtà, si tratterebbe di un escamotage fiscale per drenare circa mezzo miliardo l’anno da chi ha investito, indebitandosi, per costruire gli impianti. Il meccanismo sarebbe quello dell’indetraibilità degli interessi passivi. Spiega il quotidiano:

Il processo era molto semplice (pensiamo al fotovoltaico). Un impianto da un megawatt agli esordi (2007-2008) poteva costare circa 5 milioni (oggi grazie alla riduzione dei costi dei pannelli supera di poco il milione). Il veicolo che entrava nel settore si indebitava anche per l’80-90% dell’investimento.

Alle banche infatti bastava sapere che i canoni dell’incentivo sarebbero finiti sul suo conto. Poco rischio, molto rendimento. Ora il governo sta studiando un sistema per rendere una buona fetta degli interessi passivi pagati da queste società indetraibili.

È evidente che non si tratta di una tassa diretta, ma solo formalmente: sono soldi che, retroattivamente, vengono sottratti a chi ha investito negli ultimi otto anni in rinnovabili. Fotovoltaico in particolare. La cosa drammatica è che non è l’unica voce che gira: un’altra ipotesi sarebbe quella della tassazione diretta dei guadagni derivanti dagli incentivi statali. Tassazione che, per il fotovoltaico, potrebbe variare dal 12% al 18% in base al Conto Energia di cui gode l’impianto.

Ma, a detta de Il Giornale, questa ipotesi è meno probabile perché cambierebbe palesemente le regole del gioco. I cinque Conto Energia non sono altro che dei contratti di vendita dell’energia prodotta dall’impianto, quindi modificare il contratto porterebbe inevitabilmente a un enorme contenzioso. Roba da class action all’americana.

Qualunque sia l’opzione che sceglierà il Governo Letta, compresa l'”opzione zero” di non toccare affatto le rinnovabili in nessun modo, l’obbiettivo vero non è recuperare soldi ma diffondere il panico tra chi ha investito in eolico, fotovoltaico, biomasse.

Una manovra che ha il sapore della ripicca manovrata dall’alto dalla lobby termoelettrica, visto che proprio gli operatori tradizionali dell’energia si trovano oggi nella stessa situazione di panico in cui si vorrebbe gettare il comprato delle rinnovabili.

Molte delle centrali termoelettriche italiane, infatti, sono state costruite a cavallo tra metà anni novanta e metà duemila in project financing. La banca ci mette i soldi, sapendo che ripagherai il debito con i ricavi dell’esercizio della centrale. Ma se la centrale è ferma per la crisi dei consumi e la concorrenza delle rinnovabili ecco che nascono i problemi: se non produci non vendi, se non vendi non guadagni, se non guadagni non ripaghi i debiti.

E che debiti: ENEL, giusto per citare solo il campione nazionale, ha chiuso il 2012 con un indebitamento di oltre 43 miliardi di euro. Salvare ENEL, e tutto il termoelettrico italiano, probabilmente significa anche salvare le banche. Se poi ci vanno di mezzo le rinnovabili…

21 maggio 2013
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I vostri commenti
Cefalik49, mercoledì 22 maggio 2013 alle15:54 ha scritto: rispondi »

la mamma degli imbecilli è sempre in cinta

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