La pasta resta uno di quei prodotti che finiscono nel carrello quasi in automatico. E proprio per questo l’etichetta, spesso, passa in secondo piano, anche se dice molto più di quanto sembri. Sugli scaffali italiani si trovano marchi storici e linee “premium” che usano grano duro italiano, miscele europee o extraeuropee. La differenza, però, non sta solo nella qualità percepita: conta anche il modo in cui l’origine del grano viene dichiarata, nascosta o trasformata in messaggio commerciale.
Cosa dice davvero la legge su paese di coltivazione e paese di molitura
La regola, almeno sulla carta, è chiara: sulla pasta secca devono comparire il paese di coltivazione del grano duro e il paese di molitura. Il punto è che queste due voci vengono spesso confuse, e non è un dettaglio da poco. Se sulla confezione c’è scritto che la molitura avviene in Italia, significa soltanto che il grano è stato macinato qui. Non vuol dire, automaticamente, che sia stato coltivato nei campi italiani. È una distinzione che al supermercato si perde facilmente, anche perché molti consumatori leggono “Italia” e pensano subito alla materia prima. In realtà, una semola lavorata in un mulino italiano può arrivare dal Canada, dall’Australia, dall’Est Europa o dagli Stati Uniti. A dire davvero da dove arriva il cereale è il paese di coltivazione. Eppure questa indicazione compare spesso in piccolo, sul retro, vicino alla tabella nutrizionale, in un punto che difficilmente salta all’occhio.
100% italiano, quando l’origine del grano diventa argomento di vendita
Negli ultimi anni i marchi hanno scelto strade molto diverse. Alcuni hanno deciso di mettere il 100% italiano bene in vista, soprattutto nelle linee più curate o più care. È il caso di La Molisana, Voiello e Armando, che dichiarano grano italiano. Barilla, invece, fa una distinzione interna che dice molto: la linea classica indica origine “UE e non UE”, quindi una miscela di provenienze internazionali, mentre la linea Al Bronzo punta sul 100% italiano. Il punto è piuttosto evidente: la provenienza non viene raccontata sempre allo stesso modo, neppure dentro lo stesso marchio. E quando diventa un elemento di valore percepito, finisce inevitabilmente per incidere anche sul posizionamento del prodotto. Non è per forza una contraddizione. Ma è un segnale chiaro di come l’origine del grano venga usata anche per distinguere linee, prezzi e pubblico.
Etichette poco chiare, formule vaghe e scritte minuscole: qui si apre la zona grigia
Il terreno più scivoloso resta quello delle formule generiche. Marchi molto diffusi come Rummo, De Cecco, Divella, Riscossa e Consilia riportano diciture come “UE e non UE” che, dal punto di vista formale, rispettano l’obbligo di informare, ma per chi compra raccontano poco o niente del percorso reale della materia prima. Garofalo indica invece Italia e Arizona, quindi una provenienza mista ma almeno più precisa. Il nodo è tutto qui: tra quello che la legge consente e quello che il lettore capisce davvero c’è spesso uno spazio ampio, pieno di ambiguità. Non si tratta di dire che il grano estero sia peggiore per definizione, perché non è così, né di trasformare la scelta in una prova di patriottismo alimentare. Il punto, molto più semplice, è che il made in Italy della lavorazione può convivere con un’origine internazionale del grano. E questa informazione, per alcuni secondaria e per altri decisiva, continua a essere comunicata con una trasparenza molto variabile. Quando si parla di pasta, insomma, il marketing racconta una parte della storia, l’etichetta un’altra. E non sempre coincidono con la stessa chiarezza.








