Il confronto tra nucleare e rinnovabili viene spesso ridotto a una corsa secca sul costo del singolo megawattora. Ma il nodo vero è un altro: quanto costa tenere in piedi un intero sistema energetico senza lasciare fuori le voci più pesanti.
Un nuovo studio basato sul caso danese, riporta la discussione lì dove conta davvero e mostra che, in uno scenario di neutralità climatica, una combinazione ben calibrata di eolico offshore e fotovoltaico può costare fino al 53% in meno del nucleare se si guarda all’insieme di rete, accumuli, flessibilità e integrazione tra settori.
Capitale, ritardi e tassi di sconto: perché i nuovi reattori partono in salita
Il punto più debole dell’equazione nucleare sta nei costi iniziali. Costruire un nuovo reattore chiede investimenti enormi, tempi lunghi e una struttura finanziaria che finisce per pesare per decenni sul prezzo finale dell’elettricità. Nel modello usato dai ricercatori, al nucleare viene attribuito un costo di capitale effettivo di circa 10.000 euro per kilowatt. Una soglia che racconta non solo la complessità tecnica dell’impianto, ma anche il peso del denaro bloccato per anni nei cantieri. Ed è qui che i tassi di sconto fanno la differenza: più sale il costo del capitale, più il nucleare perde terreno rispetto a tecnologie che si montano più in fretta e iniziano a produrre molto prima. Non è solo una questione da addetti ai lavori o da bilanci industriali. In un mercato elettrico chiamato a decarbonizzarsi in tempi stretti, ogni anno perso si riflette su bollette, sicurezza energetica e capacità reale di rimpiazzare gas e carbone. Per questo il dato che arriva dallo studio danese va oltre il singolo Paese: il confronto cambia parecchio quando non si guarda solo al costo “all’uscita” della centrale, ma alla capacità concreta di una tecnologia di entrare in servizio senza trascinarsi dietro ritardi, extracosti e rigidità operative.
Scorie, decommissioning e costo-opportunità: le voci escluse dai modelli
Se i costi di partenza sono già pesanti, il quadro si complica ancora di più quando si guarda a quello che spesso resta ai margini delle simulazioni. Lo studio segnala chiaramente che alcune voci non entrano nel conto finale. Tra queste ci sono i costi per lo stoccaggio definitivo delle scorie radioattive e il costo-opportunità legato agli anni necessari per completare i reattori. È un passaggio meno visibile nel dibattito pubblico, ma decisivo. Tenere fermo per anni un investimento miliardario significa rinunciare, nel frattempo, ad altra capacità produttiva, a reti più solide, ad accumuli, a interventi di efficienza o a impianti rinnovabili che potrebbero entrare in funzione molto prima. Anche il decommissioning, cioè lo smantellamento a fine vita, resta una delle partite più difficili da stimare con precisione. Si muove su tempi lunghissimi e dipende spesso da scelte regolatorie e tecniche che cambiano nel corso degli anni. Il risultato è che il prezzo del nucleare, a volte presentato come un dato lineare e stabile, in realtà viene raccontato in modo parziale. E quando il confronto si allarga al sistema nel suo complesso, le rinnovabili recuperano terreno proprio perché si lasciano integrare con più flessibilità tra elettricità, riscaldamento, trasporti e gestione della domanda.
Quando il nucleare può restare fuori mercato anche negli scenari più favorevoli
Il dato più interessante dello studio non è solo che il nucleare risulti più caro. È che può restare fuori mercato anche in scenari favorevoli e costruiti con ipotesi prudenti sulle rinnovabili. Nel caso danese, il costo livellato su base di sistema del nucleare arriva attorno ai 100 euro per megawattora, mentre la combinazione tra eolico offshore e fotovoltaico si ferma intorno a 46 euro. I ricercatori hanno anche messo alla prova ipotesi peggiorative per le rinnovabili, compreso un aumento del 50% dei costi di investimento per tenere conto dell’inflazione successiva al 2022. Eppure il vantaggio non sparisce. Anzi, resta. Perché in un sistema energetico moderno conta sempre meno la prestazione della singola tecnologia presa da sola e conta sempre di più la sua capacità di lavorare insieme al resto: accumuli, pompe di calore, auto elettriche, reti intelligenti, usi industriali flessibili. È una lezione che vale anche per l’Italia, pur con tutte le differenze rispetto alla Danimarca. Più sole, meno vento offshore diffuso, vincoli autorizzativi diversi e una rete con problemi propri non cancellano il messaggio centrale: il prezzo dell’elettricità da solo non basta a raccontare il costo reale di una scelta energetica. Il conto vero si vede soltanto quando si sommano tempi, rischi, finanza e capacità di adattamento del sistema. Ed è proprio lì che il nucleare, oggi, continua a mostrare i suoi limiti più difficili da nascondere.








