Rinnovabili più economiche del nucleare del 53%: cosa mostra davvero lo studio danese sui costi di sistema
Il dato che sta girando è chiaro: in uno scenario energetico danese a neutralità climatica, un mix di rinnovabili può costare fino al 53% in meno del nucleare.
L’attenzione si sposta dal prezzo della singola tecnologia al funzionamento dell’intero sistema energetico. Ed è proprio lì che cambiano i rapporti di forza tra le fonti, soprattutto quando nel conto entrano rete, accumuli, riscaldamento, trasporti e flessibilità dei consumi. Per chi segue il dibattito italiano, spesso inchiodato alla contrapposizione tra “fonte economica” e “fonte stabile”, è un passaggio che pesa perfino più del numero.
Per anni il parametro più usato è stato il LCOE, cioè il costo livellato dell’energia prodotta da un singolo impianto. È un dato utile, ma non basta. Dice quanto costa generare elettricità da una centrale, da un parco eolico o da un impianto fotovoltaico. Non dice però cosa succede quando quell’energia deve entrare in una rete vera, con picchi di domanda, consumi termici, mobilità elettrica e ore in cui produzione e consumi non vanno di pari passo. Lo studio danese introduce invece lo SLCOE, cioè un costo di sistema che tiene dentro il quadro complessivo in cui quella tecnologia lavora. In altre parole, non si guarda solo a quanto costa produrre un megawattora, ma a quanto costa tenere in equilibrio un sistema energetico intero. È una differenza pesante. Perché alcune fonti, prese da sole, sembrano competitive. Ma quando si considerano rigidità operative, investimenti di rete, tempi di costruzione e capacità di adattarsi a una domanda più mobile, il quadro cambia.
Il caso studiato è la Danimarca. Un Paese che non può essere sovrapposto all’Italia, sia per struttura del territorio sia per disponibilità di vento, ma che resta un laboratorio avanzato per i sistemi energetici integrati. Con il modello EnergyPLAN, che simula ora per ora i flussi di elettricità, calore, trasporti e accumuli, i ricercatori hanno messo a confronto diverse tecnologie dentro uno scenario climaticamente neutrale. Il dato più citato è questo: il nucleare arriva a circa 100 euro per megawattora, mentre una combinazione ottimale di eolico offshore e fotovoltaico si ferma attorno a 46 euro per megawattora. L’eolico offshore, preso da solo, resta già vicino a quella soglia. L’eolico onshore supera invece i 100 euro, mentre il fotovoltaico da solo sale molto di più, proprio perché soffre maggiormente la variabilità se non è inserito in un mix bilanciato. Anche ipotizzando un aumento del 50% dei costi di investimento delle rinnovabili rispetto alle stime precedenti alla crisi inflattiva, il vantaggio sul nucleare resta. C’è poi un dettaglio non secondario: nello studio non entrano costi come lo stoccaggio definitivo delle scorie e il costo-opportunità dei lunghi tempi di costruzione dei reattori. Due voci che, se considerate, potrebbero allargare ancora il divario.
Nel modello, il vantaggio delle rinnovabili non nasce da una presunta magia del sole o del vento. Nasce dal fatto che queste fonti riescono a lavorare bene dentro un sistema energetico più flessibile. Quando elettricità, riscaldamento, trasporti e industria sono collegati meglio, l’energia può essere spostata, accumulata o usata nei momenti più convenienti: è il cosiddetto accoppiamento settoriale. In questo schema trovano spazio pompe di calore, batterie, accumuli termici, ricarica intelligente dei veicoli elettrici e consumi industriali modulabili. Il nucleare, al contrario, garantisce una produzione continua che in molti casi resta utile, ma nelle reti moderne può rivelarsi più rigida e meno adatta a seguire una domanda che cambia. Il messaggio che arriva dalla ricerca, al netto dei limiti geografici del caso danese, è molto concreto: il costo dell’energia non si misura più soltanto all’uscita dell’impianto, ma nella capacità del sistema di assorbire quella produzione senza sprechi e senza investimenti eccessivi. Per l’Italia non vuol dire copiare in automatico il modello nordico, perché cambiano mix di risorse, vincoli autorizzativi, densità urbana e struttura dei consumi. Vuol dire però prendere sul serio un punto che nel dibattito pubblico spesso sfugge: la partita si gioca meno sulla singola tecnologia trasformata in bandiera e molto di più sulla qualità del disegno complessivo, dalla rete agli accumuli, fino alla velocità con cui tutto questo si riesce davvero a realizzare.