All Rights ReservedView Non-AMP Version
Greenstyle.it

Lo scudo ferito di Chernobyl: cosa rischia il New Safe Confinement dopo l’attacco del 2025

Lo scudo ferito di Chernobyl: cosa rischia il New Safe Confinement dopo l’attacco del 2025

A Chernobyl il tempo non ha chiuso niente: ha solo cambiato faccia al pericolo. Quarant’anni dopo l’esplosione del reattore 4, il punto non è più soltanto la memoria del disastro del 1986, ma la tenuta dello scudo costruito per contenere ciò che resta del nocciolo distrutto. Il danneggiamento del New Safe Confinement, attribuito a un attacco con drone del febbraio 2025, riporta il sito in quella zona grigia che chi ci lavora conosce bene: non c’è un’emergenza immediata, ma non si può nemmeno parlare di sicurezza piena.

Dal sarcofago tirato su in fretta al grande arco che doveva blindare il reattore 4

Dopo l’incidente, i sovietici coprirono il reattore devastato con un primo sarcofago di cemento e acciaio, costruito in fretta, in condizioni estreme e con margini tecnici ridotti al minimo. Doveva tamponare il problema, non risolverlo. Col passare degli anni quella struttura ha mostrato crepe, infiltrazioni e possibili cedimenti. Da lì è nato il progetto del New Safe Confinement, l’enorme arco metallico fatto scorrere sopra il reattore per isolare l’area e consentire, almeno nelle intenzioni, uno smantellamento più ordinato. Quel guscio, però, non cancella la radioattività, non elimina il combustibile fuso e non rende Chernobyl un luogo normale. Serve a tenere sotto controllo un’eredità instabile, fatta di polveri contaminate, materiali radioattivi e strutture interne che, anche dopo decenni, restano fragili.

Dopo il raid il vero nodo è uno: squarcio, umidità e corrosione

Secondo un rapporto commissionato da Greenpeace UK, il raid del 14 febbraio 2025 avrebbe aperto nello scudo uno squarcio di circa 15 metri quadrati. Il problema non è solo il foro, ma quello che può provocare col passare del tempo. Se una struttura del genere perde tenuta, cresce il rischio che entrino umidità e agenti esterni in un ambiente che doveva restare il più possibile sotto controllo. Per chi opera sul sito, espressioni come corrosione dell’acciaio, condensa e degrado progressivo non sono tecnicismi: segnano il confine tra una barriera che regge e una che comincia a indebolirsi. L’AIEA non ha parlato di rilascio radiologico fuori controllo, ed è un punto da chiarire. Ma il danno resta serio proprio perché può agire lentamente. Sotto quella copertura ci sono ancora materiali ad alta radioattività e il vecchio sarcofago, già compromesso per sua natura, dipende anche dalla protezione dell’involucro più recente.

Guerra, ritardi e costi: la messa in sicurezza si complica

Il danno allo scudo arriva nel momento peggiore, perché la guerra in Ucraina rende tutto più lento, più costoso e più incerto. Le stime parlano di circa 500 milioni di euro per riportare il sistema in condizioni affidabili. Ma trovare i fondi è solo una parte della partita: poi bisogna portare tecnici, materiali, mezzi e garanzie operative in un Paese sotto attacco. Intanto la bonifica rallenta, e ogni rinvio pesa su un lavoro che già prima procedeva con tempi lunghissimi. Per il lettore italiano la questione è meno lontana di quanto sembri. Chernobyl ci riguarda ancora, perché ha mostrato che un incidente nucleare non resta dentro una recinzione: attraversa confini, mercati energetici, scelte politiche e paure collettive. E oggi, con centrali come Zaporizhzhia finite dentro un conflitto armato, torna una domanda che in Europa sembrava archiviata: quanto regge davvero la sicurezza nucleare quando intorno salta tutto il resto?

Published by
Roberto Torcolacci
  • Disclaimer
  • Privacy policy
  • Redazione
All Rights ReservedView Non-AMP Version