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Incendio alla BRT di Milano: il mistero del pacco con 10 kg di batterie al litio

Intervento dei vigili del fuoco davanti a un deposito danneggiato da un incendio, con fumo e mezzi di soccorso in azione.

Un pacco di batterie al litio da circa 10 chili potrebbe aver innescato, nella prima serata di mercoledì 8 luglio 2026, l’incendio nel deposito BRT di via Don Minzoni, alla Bovisa di Milano, dove le fiamme hanno distrutto due magazzini e reso inagibile l’area, secondo le prime ricostruzioni degli investigatori coordinati dalla Procura di Milano.

Incendio BRT Milano, il rogo nel deposito di via Don Minzoni

La colonna di fumo nero si è alzata poco dopo l’allarme, visibile da diversi quartieri della città, da Dergano fino alla zona di viale Jenner. Il fuoco ha interessato due capannoni del deposito BRT, ex Bartolini, per una superficie complessiva di circa 8.000 metri quadrati, in un’area logistica incastrata tra strade trafficate, case e attività commerciali. Nessun ferito, questo il primo dato rassicurante. Ma il deposito, dopo i sopralluoghi tecnici, è stato dichiarato inagibile.

Sul posto sono arrivati i vigili del fuoco di Milano, con il supporto dei colleghi di Monza, diverse squadre e mezzi speciali. Le operazioni sono andate avanti per ore, tra getti d’acqua, verifiche sulle strutture e controlli sui punti ancora caldi. “La situazione è stata contenuta nelle ore successive”, hanno riferito fonti operative, mentre nella zona restava un odore acre, avvertito anche a distanza. In quel momento, per chi abitava vicino al deposito, la priorità era una sola: chiudere le finestre e capire cosa stesse bruciando.

Le indagini della Procura e l’ipotesi delle batterie al litio

L’inchiesta sull’incendio BRT Milano è coordinata dalla Procura di Milano, con il pm Paolo Storari. In una prima fase era stata valutata anche l’ipotesi dolosa, aperta a titolo cautelativo e poi accantonata sulla base dei primi accertamenti. Secondo quanto emerso dai rilievi del Nucleo investigativo antincendio, l’origine del rogo potrebbe essere collegata a un pacco di batterie al litio, del peso di circa 10 chilogrammi e delle dimensioni indicative di 50 per 30 per 30 centimetri.

A indicare quel collo agli investigatori sarebbe stato anche il racconto di un dipendente. L’uomo, secondo la ricostruzione, avrebbe prelevato il pacco dal nastro trasportatore, notandolo caldo al tatto, e lo avrebbe poi sistemato su una piattaforma di carico destinata a un camion diretto a Torino. Pochi istanti dopo sarebbero comparsi fumo e fiamme, seguiti da un forte boato. “Era caldo, non normale”, avrebbe riferito agli inquirenti, spiegando quei momenti concitati.

Ora resta da stabilire da dove provenisse quel pacco e chi lo avesse spedito. Non è un passaggio semplice: nel deposito, al momento dell’incendio, erano presenti circa mille spedizioni, tra colli ordinari, merci commerciali e pacchi in transito. La società, insieme alle autorità, sta verificando mittenti, destinatari e documentazione di trasporto. Solo allora sarà possibile chiarire se il materiale fosse dichiarato in modo corretto e se siano state rispettate le procedure previste per il trasporto di batterie al litio.

Perché un incendio da batterie al litio è difficile da spegnere

Il punto tecnico, in questa vicenda, è centrale. Le batterie al litio, quando si danneggiano o si surriscaldano, possono entrare in una fase chiamata runaway termico: una reazione interna che produce calore, gas infiammabili e nuove combustioni, anche senza un apporto esterno continuo. In pratica, il fuoco può ripartire. Anche ore dopo.

Per questo i vigili del fuoco devono lavorare con procedure diverse rispetto a un incendio ordinario di magazzino. Non basta spegnere le fiamme visibili: occorre raffreddare a lungo, controllare i punti critici, isolare i materiali coinvolti e monitorare eventuali riaccensioni. Nel deposito BRT di via Don Minzoni, secondo le prime informazioni, le operazioni sono state rese più complesse anche dalla presenza di due container con biciclette elettriche, un elemento che ha aumentato il rischio di propagazione e di scoppi localizzati.

La questione non riguarda solo Milano. Da anni tecnici, associazioni di settore e operatori della sicurezza richiamano l’attenzione sulla gestione delle batterie al litio nei trasporti, nei magazzini e nei veicoli elettrici. Materiali sempre più diffusi, certo, ma non sempre trattati con la cautela richiesta. Serve imballaggio adeguato, etichettatura chiara, tracciabilità. E formazione per chi movimenta i colli, perché un pacco caldo su un nastro, in un deposito pieno, può diventare un problema nel giro di pochi minuti.

Fumo sulla Bovisa, precauzioni e controlli ambientali

L’incendio alla Bovisa ha avuto effetti anche sul territorio circostante. Il deposito si trova in una zona densamente abitata, tra Bovisa e Dergano, non lontano da condomini, cortili interni, scuole e piccoli esercizi. La nube scura ha spinto il Comune di Milano, su indicazione di Arpa Lombardia, a raccomandare misure precauzionali nel raggio di circa due chilometri: finestre chiuse, permanenza all’aperto limitata, attenzione a parchi, giardini e orti urbani.

Le restrizioni sono state poi ridotte e revocate dopo le analisi sull’aria, ma per molte famiglie della zona la serata è rimasta segnata da telefonate, messaggi nelle chat di condominio e il rumore continuo dei mezzi di soccorso. “Si vedeva il fumo sopra i tetti, sembrava venire dritto verso casa”, ha raccontato un residente di via Imbonati. Una testimonianza semplice, ma efficace, di quanto un evento industriale possa entrare di colpo nella vita quotidiana di un quartiere.

L’indagine dovrà ora chiarire con precisione la catena degli eventi: il percorso del pacco, la natura delle batterie, l’eventuale documentazione mancante e le condizioni di sicurezza del deposito. Al momento non risultano feriti, e questo resta il dato principale. Ma il rogo di BRT Milano riapre un tema concreto: la convivenza tra grandi hub logistici, merci sensibili e aree urbane abitate. Una convivenza possibile, purché controllata meglio.

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