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Cooling poverty in aumento: cresce il divario tra chi può proteggersi dal caldo e chi rischia danni alla salute

In un appartamento vecchio e poco ventilato, un’anziana cerca sollievo dal caldo con un ventilatore e un bicchiere d’acqua.

A Roma, oggi 3 luglio 2026, l’immunologo Mauro Minelli, professore di Nutrizione clinica all’Università Lum Giuseppe Degennaro, rilancia l’allarme sulla povertà da raffrescamento perché, con estati sempre più calde e case spesso inadatte a reggere temperature oltre i 40 gradi, il caldo domestico non è più solo un disagio ma un rischio concreto per la salute pubblica.

Caldo in casa, la nuova povertà da raffrescamento

D’inverno i termosifoni, d’estate i condizionatori. A correre, però, sono anche il contatore della luce e del gas, con bollette che per molte famiglie diventano difficili da sostenere. “L’emergenza ha cambiato stagione”, ha spiegato Minelli all’Adnkronos, indicando nella systemic cooling poverty — la povertà da raffrescamento — una nuova linea di frattura sociale.

Non si tratta, ha chiarito l’immunologo, del semplice “sentire caldo”. Il punto è un altro: la possibilità, o meno, di proteggere la propria abitazione e il proprio corpo dall’afa, specie nei quartieri con edilizia vecchia, scarso verde urbano e appartamenti privi di isolamento termico. In quel momento il disagio diventa selettivo. Chi può accende l’aria condizionata, chi non può resta esposto.

Minelli: “Un insulto biologico, non solo disagio termico”

Secondo Mauro Minelli, il caldo estremo “non si configura esclusivamente come una condizione di disagio termico, ma si traduce in un vero e proprio insulto biologico”. Il riferimento è al modo in cui l’organismo tenta di mantenere stabile la propria temperatura interna, intorno ai 36,5 gradi, attraverso la sudorazione e altri meccanismi di termoregolazione.

Quando però l’umidità è alta e l’abitazione non consente ricambio d’aria, l’evaporazione del sudore si riduce. “L’organismo si trova in un vicolo cieco fisiologico”, ha detto Minelli, pensando soprattutto agli anziani, ai malati cronici e a chi vive in case senza ventilazione naturale o sistemi di climatizzazione. È lì che il caldo smette di essere una questione di comfort. Diventa pressione sul corpo, ora dopo ora.

Cuore, intestino e sistema immunitario sotto stress

La prima risposta dell’organismo è cardiovascolare: tachicardia, vasodilatazione periferica, aumento del lavoro del cuore nel tentativo di disperdere calore. Per una persona fragile, ha avvertito Minelli, questo sovraccarico può aumentare il rischio di infarto, ictus e crisi ipertensive. Non una possibilità remota, ma un effetto già noto nelle ondate di calore più intense.

C’è poi un passaggio meno visibile, eppure centrale. In condizioni di ipertermia ambientale prolungata, il sangue viene spostato verso la pelle per favorire la dispersione del calore, sottraendo ossigeno e nutrienti agli organi interni. L’intestino, in particolare, può subire una sofferenza della barriera epiteliale: da qui il fenomeno del cosiddetto leaky gut, con frammenti batterici che entrano nel circolo sanguigno e attivano una risposta infiammatoria di basso grado.

Minelli parla anche di un rimodellamento del microbiota intestinale, cioè dell’equilibrio tra batteri protettivi e specie potenzialmente dannose. La disbiosi, in questo quadro, non è un dettaglio specialistico: può incidere sull’asse tra intestino e organismo, coinvolgendo il sistema immunitario e aumentando la vulnerabilità clinica di chi è già esposto.

Edifici, verde urbano e diritti: la prevenzione passa dalle città

Per l’immunologo non basta moltiplicare i condizionatori. Una risposta basata solo sull’installazione indiscriminata di impianti rischia di pesare sui costi familiari e sull’ambiente urbano, alimentando l’isola di calore nelle città. “Non sussistono soluzioni semplicistiche o farmacologiche”, ha ammesso Minelli, richiamando il paradigma One Health, che lega salute umana, ecosistemi e qualità dell’ambiente costruito.

La prevenzione, dunque, passa dalle case e dai quartieri: infrastrutture verdi, suoli meno impermeabili, coperture riflettenti, schermature solari, edifici capaci di restare vivibili anche nelle ore più calde. In questa prospettiva, ha concluso Minelli, isolamento termico e ventilazione naturale dovrebbero essere riclassificati come “diritti esigibili” nell’edilizia pubblica, al pari dei requisiti di igiene e tutela della salute umana. Una questione tecnica, certo. Ma anche sociale.

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