In un piccolo comune, cittadini e tecnico discutono accanto a sistemi di accumulo e pannelli fotovoltaici, simbolo di una comunità energetica rinnovabile.
Il progetto europeo LocalRES, finanziato da Horizon 2020, ha pubblicato oggi, 9 luglio 2026, una raccolta di buone pratiche sulle comunità energetiche rinnovabili in Italia, Spagna, Austria, Bulgaria e Grecia per mostrare come la produzione condivisa di energia pulita possa ridurre le bollette, rafforzare i territori e contrastare la povertà energetica. Il documento, intitolato “Comunità Energetiche: buone pratiche da tutta Europa”, parte da casi concreti: piccoli comuni, quartieri urbani, isole, aree interne e reti locali dove cittadini, enti pubblici e imprese hanno provato a cambiare il modo in cui l’energia viene prodotta e consumata. Non solo pannelli solari sui tetti, dunque. Anche fiducia, regole chiare, partecipazione.
Le comunità energetiche rinnovabili sono organizzazioni locali in cui cittadini, Comuni, piccole imprese, associazioni ed enti pubblici producono, condividono e consumano energia da fonti rinnovabili, con benefici distribuiti tra i membri. La logica, spiegano i promotori di LocalRES, non è quella del grande impianto deciso altrove, ma di una rete costruita sul territorio, con governance democratica e autoconsumo. Il progetto ha lavorato in quattro siti pilota: Ollersdorf in Austria, Ispaster in Spagna, Osimo e Berchidda in Italia. In questi contesti sono stati sperimentati fotovoltaico, accumuli, gestione digitale dell’energia, scambi tra utenti, smart grid, biomassa e modelli di coordinamento locale. Il messaggio che emerge è netto: non esiste un solo modello. Ogni comunità nasce dalle risorse disponibili, dalla rete elettrica, dal ruolo del Comune e dalla capacità, non sempre scontata, di coinvolgere persone e imprese.
Tra le esperienze italiane citate nel rapporto c’è Energy City Hall di Magliano Alpi, in provincia di Cuneo, considerata una delle prime comunità energetiche del Paese. È guidata dal Comune, organizzata come associazione senza scopo di lucro e coinvolge cittadini, Pmi ed edifici pubblici. La capacità installata è di 37,8 kilowatt, con una produzione annua di circa 40 megawattora e un tasso di autoconsumo dell’81%; l’obiettivo indicato è arrivare a 1 megawatt entro il 2026. A Siena, invece, la comunità energetica è stata costituita come Fondazione di partecipazione con Comune, Università, Provincia e Fondazione Monte dei Paschi tra i fondatori. La capacità prevista è di circa 3,8 megawatt, con una produzione stimata di 4.800 megawattora l’anno e una riduzione delle bollette fino al 25% per i membri. Una quota degli incentivi legati agli impianti comunali sarà destinata alle famiglie più fragili. Più articolato il modello della CER Energia Calabria, con sede a San Lucido: 8,1 megawatt installati, 100 membri, almeno nove configurazioni locali e risparmi stimati in 437.400 euro l’anno. A Fabriano, dopo il terremoto, la comunità “Città Appenninica” parte da 50 kilowatt e da un nodo concreto, ammesso dagli stessi promotori: “Serve più competenza tecnica nei territori”.
In Spagna il rapporto segnala la comunità CEL Castellar-L’Oliveral di Valencia, con 142 membri tra cittadini, imprese e agricoltori, 153 kilowatt installati e un autoconsumo del 75%. Una quota di 9 kilowatt è riservata alle famiglie vulnerabili, con costi coperti dalla comunità e da Valencia Sostenible. Non è stato tutto lineare: la presenza di due distributori nella stessa area ha creato ostacoli tecnici e amministrativi, poi superati con il supporto dell’agenzia locale per l’energia. A Gran Canaria, il Consiglio Energetico dell’Isola ha promosso una rete con oltre 4.000 membri, 2,654 megawatt di capacità installata e 4.479 megawattora di produzione annua. Nel quartiere barcellonese de La Bordeta, invece, la comunità conta circa 75 membri, 114 kilowatt installati e reinveste i ricavi in nuovi progetti locali, anche attraverso un fondo di solidarietà. In Austria, la Comunità Energetica Municipale Salzburger Seenland coinvolge 135 partecipanti e sfrutta strutture regionali già esistenti. A Ollersdorf, sito pilota LocalRES, il Comune coordina 39 membri, 121 kilowatt di fotovoltaico, una batteria comunitaria da 184 kilowattora e una stazione di ricarica con quattro punti. Qui, più della tecnologia, pesa la fiducia: “Se il sindaco ci mette la faccia, la gente ascolta”, ha confidato un amministratore locale citato nel percorso progettuale.
La raccolta guarda anche a Bulgaria e Grecia, dove le comunità energetiche incrociano in modo diretto il tema della giustizia sociale. A Gabrovo, in Bulgaria, il progetto unisce leadership municipale, cittadini e crowdfunding: 100 kilowatt installati, 73 membri e l’obiettivo di destinare il 10% dell’energia immessa in rete a famiglie vulnerabili. A Creta, la Minoan Energy Community è tra i casi più maturi: 1.500 membri, 4,4 megawatt installati, 7.130 megawattora prodotti ogni anno e autoconsumo al 100%. Integra solare, eolico, biomassa, idroelettrico, accumuli, smart grid e mobilità elettrica; secondo i dati riportati, i cinque parchi fotovoltaici servono circa 900 membri e riducono fino al 70% i costi dell’elettricità per i partecipanti. Resta però un punto critico, segnalato in più esperienze: norme complesse, pratiche lente, accesso difficile ai finanziamenti, carenza di tecnici e limiti della rete frenano soprattutto i piccoli Comuni. La lezione di LocalRES è che la transizione energetica funziona meglio quando parte dai territori, ma per crescere ha bisogno di sportelli tecnici, regole stabili, formazione e strumenti finanziari accessibili. Solo allora l’energia condivisa può diventare davvero un mezzo di autonomia locale, inclusione e democrazia energetica.