Un tecnico in laboratorio controlla un campione di olio usato, simbolo delle analisi chimiche per la qualità nell’economia circolare.
Riccardo Piunti, presidente del Conou – Consorzio Nazionale degli Oli Minerali Usati, è intervenuto oggi, 16 luglio 2026, al Chemical Day 2026 al Politecnico di Milano per spiegare perché la chimica sia decisiva nel controllo dei rifiuti destinati alla economia circolare. Davanti a una platea di tecnici, imprese e ricercatori, Piunti ha messo al centro un punto molto concreto: prima di sostituire le materie vergini con materiali recuperati, bisogna sapere con precisione “cosa c’è dentro”. E nei rifiuti, ha ricordato, possono esserci anche inquinanti.
L’incontro, organizzato da Icp – Rivista dell’Industria Chimica con il patrocinio di Aidic, si è svolto negli spazi del Politecnico di Milano come giornata di confronto tra operatori dell’industria chimica, società di ingegneria di processo, università e fornitori specializzati. Un appuntamento tecnico, ma non chiuso agli addetti ai lavori: il tema, la qualità dei materiali riciclati, riguarda infatti una parte sempre più ampia delle filiere produttive.
“Se dobbiamo utilizzare i rifiuti al posto delle materie vergini, dobbiamo sapere cosa c’è dentro”, ha detto Piunti nel suo intervento, intitolato “Chimica ed economia circolare: il modello Conou”. Poi ha aggiunto, con una formula semplice: “Il rifiuto, per sua natura, può contenere inquinanti”. Da qui il ruolo della competenza chimica, non solo per creare nuove molecole, ma anche — e prima ancora — per individuare sostanze indesiderate e misurarne la presenza.
Il Conou opera nella gestione degli oli minerali usati, una filiera che parte dalla raccolta presso officine, industrie, impianti e altri detentori, per arrivare alla rigenerazione delle basi lubrificanti. Piunti ha richiamato un dato che misura il peso del controllo: “Noi facciamo quasi 100 mila analisi all’anno”, ha spiegato, indicando nella capacità di fissare e verificare standard una delle ragioni della solidità del sistema consortile.
La questione, ha chiarito, non è solo quantitativa. Gli oli usati possono avere composizioni diverse, a seconda dell’impiego precedente e delle contaminazioni raccolte durante il ciclo di vita. Per questo la filiera richiede passaggi ordinati: raccolta capillare, segregazione, selezione e controllo della qualità. Solo allora il materiale può essere avviato al recupero con margini adeguati di sicurezza e affidabilità.
Gli oli minerali, derivati dalla lavorazione del petrolio, restano impiegati in numerosi ambiti: motori, processi industriali, macchine utensili, impianti e applicazioni tecniche. “Sono ancora prodotti molto diffusi perché, in molti utilizzi, non hanno alternative equivalenti”, ha osservato Piunti. Il punto, dunque, non è negarli, ma gestirli meglio quando arrivano a fine vita.
Nel percorso verso la rigenerazione, la conoscenza chimica diventa una sorta di filtro preliminare. Serve a distinguere gli oli recuperabili da quelli che presentano criticità, a indirizzarli verso il trattamento corretto e a evitare che sostanze non compatibili entrino nella produzione di nuove basi. È un lavoro di dettaglio, fatto di campioni, strumenti di laboratorio, procedure e controlli ripetuti. Meno visibile di altre fasi, ma centrale.
La chimica entra poi nel cuore del processo industriale. Piunti ha citato, tra gli esempi, la fase finale di trattamento della componente lubrificante, che richiede una idrogenazione ad alta pressione. In questa fase l’idrogeno contribuisce a rimuovere elementi indesiderati e a ripristinare le caratteristiche della base lubrificante, rendendo possibile il ritorno sul mercato di un prodotto rigenerato.
Anche il controllo conclusivo resta affidato alle analisi chimiche. “Le nostre basi rigenerate sono equivalenti a quelle vergini”, ha spiegato il presidente del Conou, collegando il risultato alla qualità del processo e alla tracciabilità della filiera. In un’economia circolare che punta a usare meno risorse primarie, il messaggio arrivato dal Chemical Day 2026 è netto: il recupero non può basarsi sulla sola intenzione ambientale. Ha bisogno di misure, standard e competenze. In laboratorio, prima che in fabbrica.