Transizione ecologica: intervista a Gael Giraud

Transizione ecologica: intervista a Gael Giraud

Fonte immagine: GreenStyle

Intervista a Gael Giraud, economista di riferimento in Francia e padre gesuita, che ha teorizzato una transizione ecologica in un importante libro presentato a Roma negli scorsi giorni.

Gael Giraud è uno degli economisti europei più brillanti, è chief economist all’Agence Française de Développement, Direttore di ricerche al CNRS (Centre national de la recherche scientifique), fa parte del Centro di Economia della Sorbona, del Laboratorio d’Eccellenza di Regolazione Finanziaria e della Scuola di Economia di Parigi. Ma Giraud non è solo questo, è anche un padre gesuita e un fervente ecologista. Lo ha dimostrato in un libro seminale: “Transizione ecologica“. Un testo tra i più interessanti nello spiegare come sia necessario convertire velocemente l’economia mondiale affinché si scongiuri la catastrofe climatica.

Lo abbiamo incontrato a Roma e abbiamo avuto l’opportunità di rivolgere alcune domande a Giraud su aspetti chiave legati all’emergenza climatica e alle azioni da intraprendere per “invertire la rotta”.

Stiamo assistendo ad una crisi climatica e ambientale senza precedenti. Quali sono secondo lei gli aspetti su cui agire più rapidamente per invertire la rotta?

“La sfida è davvero imponente. Oggi è troppo tardi per riuscire a restare al di sotto dell’obiettivo dei 2°C, su cui la comunità internazionale si è messa d’accordo nel 2015. Il problema è restare il più possibile vicini a questa soglia. Gli scenari peggiori di cui sono a conoscenza giungono alla conclusione che potremmo esserci avviati verso un aumento della temperatura media terrestre di + 6°C entro la fine di questo secolo: significa che sarebbe messa in seria discussione anche la sopravvivenza della maggior parte degli esseri umani. La cosa più urgente è dare la possibilità ai Paesi europei di investire in infrastrutture verdi.

Il settore pubblico sta spendendo talmente poco che il capitale pubblico si deprezza più rapidamente dell’investimento. Di conseguenza, la nostra ricchezza pubblica si riduce. L’incidente del ponte di Genova o della metropolitana di Roma sono una testimonianza di questa perdita di valore. Dobbiamo invertire la tendenza e non solo: dobbiamo spendere una cifra prossima al 3-4% del PIL europeo in investimenti ecologici ogni anno per almeno i prossimi 2 decenni. Il settore privato in Europa ha un debito maggiore rispetto al settore pubblico (130% del PIL europeo rispetto al 100% del debito pubblico). Inoltre, finché non avremo una carbon tax elevata, quasi tutti questi investimenti avranno un ritorno limitato. Non vedo quindi altra soluzione se non uno stato che spenda denaro per finanziare infrastrutture verdi, con l’aiuto della BCE e della BIE (Banca Europea per gli Investimenti): la ristrutturazione termoisolante degli edifici, la mobilità ecologica, una reindustrializzazione a basso impatto ecologico dell’intera Europa e un’agricoltura verde e resiliente.

Che ruolo possono avere l’economia e la finanza nello scongiurare i disastri climatici e ambientali? Dobbiamo adottare una decrescita felice come detto più volte da Serge Latouche?

Non sono un difensore della decrescita felice. Il problema della decrescita è la carenza di posti di lavoro. Che cosa ne fai dei disoccupati? In più, la decrescita si scontra inevitabilmente col muro del PIL, che oggi è un indice poco affidabile: può aumentare il PIL senza che aumenti l’occupazione, o creando posti di lavoro “del cavolo” (per citare un libro di David Graeber). In un paese ricco come l’Italia, la crescita non è più sinonimo di un aumento della felicità personale o di un miglior indice di sviluppo umano. E, soprattutto, crescita o decrescita non dicono nulla dell’impronta ecologica. Quello che ci serve è riorganizzare i nostri obiettivi politici verso ciò che conta davvero: buona sanità e buona istruzione per tutti, un lavoro che abbia un senso… Che la transizione ecologica stimoli o meno la crescita del PIL non è particolarmente interessante. E non è vero, checché spesso se ne dica, che abbiamo bisogno della crescita del PIL per ripagare il tasso d’interesse positivo sul nostro debito (privato o pubblico). Ciò di cui abbiamo bisogno per questo è che la quantità di denaro circolante aumenti, il che accadrebbe comunque se lo stato finanziasse grandi investimenti di concerto con il settore privato. Questo creerebbe anche nuovi posti di lavoro (distruggendo la maggior parte dei posti di lavoro legati ai combustibili fossili, per i quali i lavoratori coinvolti dovranno essere accompagnati in qualche processo di riconversione sociale). Alla fine, tutto questo potrà dare un senso alla nostra vita di comunità”.

Transizione ecologica - Gaël Giraud EMI, 2015
Transizione ecologica – Gaël Giraud EMI, 2015

La scelta di una “Transizione ecologica”, di cui parla nel suo recente libro edito da EMI, potrebbe avere effetti benefici oltreché per l’ambiente anche per la crisi economica che il mondo sta affrontando da anni?

“Senz’altro un grande New Deal verde potrebbe salvarci dalla minaccia della deflazione: dalla crisi del 2008 (la più grande tempesta finanziaria della storia), le economie dell’Europa meridionale hanno faticato a riprendersi dall’impatto negativo della perdita del 25% degli asset finanziari mondiali. Allo stesso modo del Giappone, che sta ancora lottando contro la deflazione dalla grande bolla speculativa immobiliare del 1990, l’Europa meridionale sta cercando di sfuggire alla trappola della liquidità, caratterizzata da un’inflazione quasi trascurabile, scarsissimi investimenti, un debito privato molto elevato, disoccupazione di massa.

Secondo me, questo è il fattore che spiega il successo dei partiti di estrema destra in tutta Europa. Hitler prese il potere nel 1933 dopo 3 anni di un programma di austerità del tutto inefficace imposto dal cancelliere Heinrich Brünning in un momento in cui la Germania era devastata dalla deflazione seguita alla crisi del 1929. Insistendo sulla riduzione del debito pubblico come imperativo categorico, stiamo ripetendo lo stesso errore ancora oggi. Gli USA sono riusciti a sfuggire da questo cappio solo grazie alla Seconda guerra mondiale e a una rapida conversione dell’economia nordamericana in un’industria di guerra.

Dobbiamo fare lo stesso anche noi, trasformando le nostre economie in “economie di guerra” contro le emissioni di carbonio. Altrimenti la CO2 ci costerà la pelle, letteralmente. Oggi, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è 415 ppm. Alcuni studi medici suggeriscono che, con 1.000 ppm, un normale cervello umano perda in media il 20% delle proprie facoltà. E la traiettoria della routine quotidiana sta trascinando il mondo verso il superamento delle 1.000 ppm prima della fine di questo secolo. Fortunatamente non siamo condannati a una politica di austerità economica suicida, anche nel quadro degli odierni trattati europei. Infatti, i trattati ci permettono di interpretare il perimetro di ciò che viene incluso nella regola del 3% sul debito pubblico, per esempio. Un paese può decidere tranquillamente di non includere nel computo del 3% la spesa pubblica per gli investimenti ecologici.

Qualsiasi uomo d’affari sa che non ha senso sommare la spesa corrente e la spesa per investimenti in un’azienda. Anche a livello statale non ha senso, eppure mettiamo tutto insieme nel computo del 3%. Questa è solo una possibile interpretazione dei trattati europei (quella che raccoglie più consensi nella Commissione europea): dobbiamo invece sfidare questa interpretazione e imporre un’ermeneutica alternativa, in cui escludiamo gli investimenti pubblici ecologici dal calcolo del debito pubblico“.

Che cosa ne pensa del fenomeno di Greta Thunberg? Sta avendo un ruolo importante secondo lei nella presa di coscienza del cambiamento climatico?

“Senz’altro Greta è diventata un’icona per le giovani generazioni. In Francia i giovani nutrono grandi speranze, ma allo stesso tempo rabbia e disperazione. Un quarto dei miei studenti mi dice di non volere figli, perché credono sia ingiusto mettere al mondo un bambino nella situazione planetaria che probabilmente ci sarà nella seconda metà di questo secolo se non faremo nulla contro il cambiamento climatico. Secondo la Banca Mondiale, 5,2 miliardi di persone soffriranno di malaria; ci saranno oltre 2 miliardi di profughi a causa dei mutamenti climatici (e temo che si tratti di una cifra enormemente sottostimata); oltre il 50% degli esseri umani soffriranno un caldo mortale per oltre 20 giorni l’anno… Allo stesso tempo, le giovani generazioni hanno capito perfettamente che le loro uniche chance di sopravvivenza passano dal costringerci ad avviare la transizione ecologica. I miei studenti mi chiedono se possono partecipare agli scioperi lanciati da Greta: io li incoraggio sempre a farlo!”

Riccardo Monti, AD di Triboo, insieme a Gael Giraud
Riccardo Monti, AD di Triboo, insieme a Gael Giraud

Per certi versi i discorsi fatti dalla giovane attivista svedese ricalcano quanto detto da Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’. Che impatto ha avuto secondo lei l’attività del Santo Padre nella divulgazione dei problemi ambientali?

“Laudato Si’ è l’unico documento al mondo di portata tanto ampia a essere mai stato pubblicato. Le Nazioni Unite non hanno mai pubblicato nulla di neppure lontanamente simile all’enciclica di Papa Francesco: una diagnosi scientifica lucida, una chiamata spirituale, un’esortazione politica. E credo che questo sia il documento più importante mai pubblicato dal magistero pontificio dopo Populorum Progressio (1968). Dal 2015, quasi tutte le istituzioni religiose hanno seguito la Chiesa Cattolica nel denunciare il sentiero insostenibile che stiamo ancora cercando di percorrere. Molti politici hanno capito che i mutamenti climatici e la distruzione della biodiversità non sono solo un problema serio, sono una minaccia mortale. Ci sono persone che si sono addirittura riconciliate con la Chiesta, grazie a Laudato Si’. Dobbiamo leggere e rileggere il passo 123 dell’enciclica: in sostanza, dice che c’è una logica comune fra lo stupro di minori e la distruzione degli ecosistemi naturali, legittimata dall’argomentazione che tanto i mercati troveranno una soluzione. L’abbiamo capito fino in fondo, il passo 123?”

Lei è un Padre gesuita, per questo le chiedo: che ruolo può e deve avere la Chiesa nella diffusione dei temi legati all’ecologia?

“Secondo me, la Chiesa dovrebbe assumere un ruolo profetico, sulla scia della figura di Papa Francesco. Le comunità religiose devono sperimentare un nuovo stile di vita, con la minor impronta ecologica possibile, e dimostrare che possiamo vivere felici anche con meno carbonio e una minor impronta materiale. Basti pensare al cibo: oggi, un quarto di ciò che abbiamo nel nostro frigorifero andrà buttato nella spazzatura senza essere consumato. Uno spreco simile è semplicemente irresponsabile. “Meno vuol dire più”, come dice Papa Francesco. Più esattamente, dobbiamo inventarci un nuovo modo per onorare il patto fra Dio e la sua creazione prendendoci cura della nostra casa e dei più deboli fra noi. Per fare questo, la vena profetica è necessaria, ma non basta: dobbiamo unirla alla saggezza sapienziale degli ultimi libri del Vecchio Testamento: i Proverbi, il Libro della Sapienzia, ecc. È una questione di inventare un nuovo stile di vita nel nostro quotidiano, una nuova forma vitae, come la definirebbe Giorgio Agamben ricalcando le orme dei Francescani del XIV secolo. Siamo sull’orlo di una rivoluzione spirituale, politica e sociale. L’alternativa? Un disastro enorme, anche in Europa.

Qual è il ruolo svolto a livello internazionale dalla Francia e il contributo nell’ambito della Presidenza francese del G7 e in particolare nel recente G7 Ambiente?

“Nel 2017, le emissioni di CO2 in Francia sono aumentate del 3,2%. Siamo fra i peggiori allievi nella classe europea. Allo stesso modo, noi francesi amiamo fare bei discorsi sull’Europa, ma in effetti stiamo conducendo una politica internazionale molto “francese”. In particolare, abbiamo abbandonato l’Italia davanti al problema dei migranti. Potremmo optare per una politica coordinata, così l’Italia non sarebbe sola in questa sfida. Il problema della Francia, oggi come oggi, credo sia il recuperare un po’ di credibilità sulla scena politica internazionale”.

L’Italia si è candidata ad ospitare la Conferenza Onu sul clima del 2020 Cop 26 che dovrà fare il punto sull’accordo di Parigi a 5 anni di distanza. Quali le prospettive che potrebbero generarsi in tale sede e gli effetti di una “staffetta sul clima” tra i nostri Paesi?

“Sarebbe un’ottima notizia se l’Italia potesse ospitare la COP26 per una serie di ragioni. In primo luogo, l’Italia è uno dei Paesi europei più esposti alle conseguenze del riscaldamento globale sotto diversi aspetti: l’erosione del suolo è già iniziata, lo stress idrico (NDR la domanda di acqua è maggiore della disponibilità) è elevato nel Mezzogiorno ma interesserà l’intera nazione nei prossimi decenni, e le combinazioni letali di calore e umidità saranno sempre più frequenti (più di 20 giorni all’anno alla fine del secolo secondo le stime). In secondo luogo, allo stesso tempo, l’Italia è la terza economia dell’eurozona, ha il potere, la popolazione istruita e la ricchezza sufficiente per intraprendere un’ambiziosa reindustrializzazione della penisola.

Ma, in terzo luogo, il suo attuale governo non sembra aver compreso la gravità dell’impatto dei cambiamenti climatici sul proprio paese. La COP26 potrebbe essere un’occasione per la società civile italiana di approfittare dello slancio mediatico per esercitare una certa pressione sul suo governo. E sappiamo bene dalla lotta a Napoli sull’acqua come bene comune che la società civile italiana è in grado di compiere miracoli.
Sulla scena politica internazionale, la situazione attuale è abbastanza disastrosa: quasi nessuno dei Paesi che hanno firmato l’accordo di Parigi lo sta implementando (nemmeno la Francia), e gli Stati Uniti stanno cercando di persuadere alcuni Paesi a ritirarsi da questo accordo (per fortuna senza successo, finora). L’accordo bilaterale appena firmato dall’Unione europea e dal Mercosur è anche una sconfitta per la lotta contro il cambiamento climatico. Spero che non sarà mai ratificato dai Paesi europei. La COP26 dovrebbe essere l’occasione per un rafforzamento degli impegni (poiché sappiamo che i contributi nazionali determinati dai Paesi ci portano presumibilmente a + 3,5 ° C alla fine di questo secolo) e, soprattutto, l’istituzione di un calendario preciso per l’azione”.

Intervista a cura di Pietro Infante

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