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Solare termodinamico italiano al capolinea, si scioglie l’Anest

Solare termodinamico italiano al capolinea, si scioglie l’Anest

Fonte immagine: iStock

Al capolinea l'esperienza in Italia del solare termodinamico, la tecnologia italiana verrà utilizzata in Cina.

Si è sciolta l’associazione italiana dei produttori di solare termodinamico. Arriva al capolinea il progetto di lanciare in Italia una tecnologia, recentemente rinnovata dal Premio Nobel Rubbia. Il solare a concentrazione non ha mai decollato nel Bel Paese, lamentano le aziende, anche per colpa di un sistema incentivante mai attuato.

Il solare termodinamico italiano ha dovuto fare i conti con le resistenze delle comunità locali, ma anche con un eccesso di burocrazia. La mancata attuazione del sistema di incentivi ha rappresentato la goccia finale. Sardegna e Sicilia dovevano essere i luoghi per sviluppare in maniera concreta la tecnologia messa a punto da Carlo Rubbia, che per primo ha ipotizzato di utilizzare i sali fusi per veicolare il calore raccolto e tradurlo in elettricità.

Solare termodinamico: i casi Sardegna e Sicilia

A sviluppare la tecnologia di Rubbia ha pensato l’ENEA, attraendo l’interesse di varie realtà come Archimede Solar Energy, Enel Green Power, Innova Solar Energy, Maire Tecnimont Reflex, Techint e Turboden. Nei piani delle compagnie la realizzazione di quattro impianti da 50 MW ciascuno in Sardegna. Malgrado il benestare di Legambiente nessuno è mai stato realizzato. A frenare i progetti l’opposizione delle comunità locali: suolo da sottrarre a coltivazioni e pastorizia, ma anche il presunto deturpamento del paesaggio; tesi poi smentite da Anest.

Dei tre impianti da 100 MW previsti in Sicilia due sono stati riconvertiti in fotovoltaico, ancora sospeso nei meandri della burocrazia il terzo. A pesare sulla fine prematura del solare termodinamico in Italia diversi fattori, come anche quello burocratico. A sottolinearlo a Il Fatto Quotidiano è Gianluigi Angelantoni, presidente Anest e presidente/amministratore delegato del gruppo Angelantoni (che controlla la Archimede Solar Energy):

Abbiamo sofferto dello scollamento tra le istituzioni centrali – soprattutto i ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente – e quelle locali. Su questi temi energetici, salvo i megaimpianti, decidono le Regioni e ognuna ha le sue regole. Poi c’è troppa burocrazia. Nel 2012 era arrivato un decreto governativo che incentivava il settore ma non è mai stato attuato.

Tecnologia italiana finirà in Cina

Progetti che se realizzati avrebbero permesso al comparto del solare termodinamico italiano, prosegue Angelantoni, di concorrere alla realizzazione di grandi impianti in tutto il mondo. Un’opportunità da circa 1,5 miliardi di euro per le imprese italiane, ora sfumata.

Ora la tecnologia sviluppata in Italia farà la fortuna del solare cinese. Ad esempio la Archimede Solar Energy ha prodotto tubi per centrali solari termodinamiche nella Provincia di Gansu, che contribuiranno a un progetto cinese da 500 MW al 2025. Ha concluso Angelantoni:

Abbiamo un vincolo di local content. Dobbiamo produrre in Cina se vogliamo servire le loro centrali e esportare i tubi in altre nazioni. Per questo al momento abbiamo sospeso la produzione in Italia e stiamo definendo un piano di trasferimento in Cina tramite un accordo con una società locale. Lo facciamo nostro malgrado

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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