Serotonina e depressione: la relazione

Serotonina e depressione: la relazione

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La serotonina regola il tono dell'umore e, pertanto, potrebbe essere connessa alla depressione: ecco il ruolo del neurotrasmettitore nella malattia.

La serotonina è un neurotrasmettitore che viene normalmente sintetizzato nelle cellule del nostro cervello e dell’apparato gastrointestinale. Questa molecola è soprattutto nota per la sua funzione: regola in diversi modi il tono dell’umore e, perciò, è stata correlata con la depressione. La regolare sintesi e concentrazione della stessa dipendono in condizioni fisiologiche dal triptofano, uno degli aminoacidi essenziali che il nostro organismo non è in grado di sintetizzare e, pertanto, da integrare con l’alimentazione.

La serotonina è normalmente presente in alcuni distretti del nostro organismo. Oltre che nel sistema nervoso centrale, si trova:

  • nel sangue, soprattutto nelle piastrine, che la rilasciano in seguito alla loro aggregazione nel corso della riparazione di una ferita per il suo effetto vasocostrittore;
  • nelle pareti del nostro intestino, dove il suo rilascio determina un aumento della motilità intestinale.

Nel cervello si trova perlopiù nel mesencefalo, ossia la regione più piccola del tronco encefalico, che contiene le terminazioni nervose che controllano i riflessi visivi e uditivi. La serotonina svolge la maggior parte delle sue funzioni nel cervello. È coinvolta nella regolazione di alcuni stimoli e funzioni fondamentali come:

  • ritmo sonno veglia;
  • tono dell’umore;
  • mantenimento della temperatura e regolare stimolo dell’appetito e sessuale.

In particolare, la carenza di serotonina è considerata tra le cause di alcune malattie come la depressione, l’ansia, la fame nervosa, la bulimia e anche disturbi ossessivo compulsivi di varia natura. Vediamo come la serotonina e la sua concentrazione sono correlate alla depressione.

Serotonina e depressione

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Fonte: Medications via pixabayMedications via Pixabay

Il ruolo della concentrazione della serotonina nello sviluppo della malattia depressiva è un’ipotesi che gli scienziati hanno formulato ormai più di 50 anni fa. Secondo i dati raccolti, sembrava che un calo della concentrazione nel cervello della serotonina fosse una delle principali cause di depressione.

In realtà, l’ipotesi si basava quasi esclusivamente sul fatto che i farmaci antidepressivi, che inibivano tra gli altri la degradazione anche di questo neurotrasmettitore, miglioravano i sintomi. Studi successivi dimostrano che la teoria può essere valida, tuttavia non è sufficiente concentrare le ricerche sulla serotonina. Ad oggi, infatti, si è ancora in cerca di dati il più possibile definitivi per comprendere se è la riduzione della serotonina a causare la depressione o viceversa.

Depressione: cos’è e i farmaci

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Alla luce delle recenti ricerche scientifiche, la depressione maggiore è definita come una malattia complessa nel corso della quale si hanno anche alterazioni organiche. L’approccio alla terapia deve essere sia psicoterapeutico che farmacologico.

I farmaci indicati per questa malattia appartengono a diverse classi. Ecco i più noti:

  • antidepressivi triciclici;
  • inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina;
  • inibitori della ricaptazione della noradrenalina e della dopamina;
  • inibitori delle monoaminossidasi.

Come è evidente, non tutti sono diretti nella regolazione della concentrazione di un unico neurotrasmettitore. Ogni paziente viene curato con un approccio specifico e ciò, almeno secondo i risultati degli studi, conferma che non è sufficiente una riduzione della concentrazione di serotonina per spiegare il complesso meccanismo della malattia depressiva.

La migliore prova che la serotonina svolge un ruolo, non esclusivo, nella fisiopatologia della depressione deriva da studi di “deprivazione del triptofano”. Quest’ultimo è l’amminoacido essenziale che assumiamo con gli alimenti, indispensabile per la sintesi della serotonina. In pazienti sani privi di fattori di rischio per la depressione, la privazione di triptofano non produce cambiamenti clinicamente significativi nell’umore.

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