Romani: fermiamo anche il referendum sull’acqua

Romani: fermiamo anche il referendum sull’acqua

Il ministro Paolo Romani comunica l'intenzione di mettere mani alle leggi sulla distribuzione idrica: referendum sull'acqua a rischio

Se le indiscrezioni raccolte da Repubblica fossero confermate, tutto ciò avrebbe dell’incredibile: il governo, e in particolare il ministro allo Sviluppo Paolo Romani, sarebbe seriamente intenzionato a bloccare il referendum sull’acqua pubblica, dopo l’annullamento della consultazione in materia nucleare.

Questo perché l’esecutivo si renderebbe protagonista di una riforma delle leggi in materia di risorse idriche proprio in questi giorni. Le parole attribuite a Romani sono, per la precisione, le seguenti:

Su questo tema, di grande rilevanza, sarebbe meglio fare un approfondimento legislativo.

Gli fa eco l’interessato Roberto Bazzano, presidente di Federutility (l’associazione che riunisce i gestori degli acquedotti italiani):

Chiediamoci seriamente se non sia il caso di evitare un referendum che ha sempre più un taglio puramente ideologico.

Che il referendum dal taglio “ideologico” abbia raccolto un milione e trecentocinquantamila firme sembra, però, non interessare a nessuno su questo fronte. Proprio questo scavalcamento antidemocratico dell’istituzione referendaria e dei principi della democrazia diretta è al centro della reazione stizzita del fronte promotore per il referendum.

Ad esempio, il Presidente del WWF Italia, Stefano Leoni ha dichiarato:

È un colpo di mano, si vuole togliere la voce ai cittadini: evidentemente c’è chi ritiene che le consultazioni popolari sui temi concreti facciano saltare le decisioni prese da pochi nell’interesse di pochi.

Infine, vanno registrate anche le parole di Valerio Calzolaio di SEL:

È l’ennesimo tentativo di scardinare le basi della nostra democrazia, ma la parola ora passerà alla Corte di Cassazione. E va ricordato che abbiamo un sistema legislativo che offre una serie di paletti a protezione del voto popolare. Una volta avviato il processo referendario un’abrogazione delle norme, o attraverso le urne o attraverso un preventivo intervento normativo, ha effetti giuridici abrogativi che durano cinque anni.

Non è certo nostra intenzione addentrarci all’interno dei gangli del diritto costituzionale per misurare quanto possa essere, in effetti, legittimo il punto di vista governativo. Restano molte perplessità sul piano squisitamente politico: se proprio si riteneva la materia meritevole di un intervento legislativo, perché non sono stati aperti tavoli di trattative e discussione sul tema prima della raccolta di firme, magari aprendo le porte del dibattito anche a chi “ideologicamente” da anni si batte contro una privatizzazione che ha portato a un aumento spropositato dei costi e un peggioramento del servizio?

Per maggiori ragguagli basterebbe chiedere agli abitanti di Aprilia. Intanto, il comitato promotore del referendum ha sottolineato come se le promesse di Romani fossero mantenute, ciò non andrebbe a intaccare almeno uno dei due quesiti. Ci attendono giornate di fuoco anche su questo argomento.

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