Roma, la crisi della metro e una città senza amore

Roma, la crisi della metro e una città senza amore

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Chiuse Repubblica, Barberini e Spagna. Ma sono 27 le fermate coinvolte dai disservizi più diversi: una spirale diabolica che sembra una maledizione.

Certo, c’è quella gara vinta col maxiribasso del 49,73% dalla Metro Roma scarl. C’è poi evidentemente la scarsa vigilanza da parte di Atac su quantità e qualità degli interventi, sulla logistica dei ricambi, sullo stato della rete, sulla (in)soddisfazione, per non dire frustrazione, dei passeggeri. Viene quasi da scomodare una categoria che non c’entra nulla, con le rotaie, i tranvieri, gli appalti, le polemichette dei politicanti, le stazioni, i tornelli, gli ascensori, i montascale e le famigerate scale mobili: quella dell’amore. Sembra che di Roma, e del suo apparato cardiocircolatorio – perché il network del trasporto pubblico di una grande città è come una ramificazione di arterie, vene e capillari che portano la vita in tutto l’organismo che è il territorio intero, periferie incluse – non importi nulla a nessuno. È un atteggiamento diffuso e verificabile in molti altri ambiti della vita pubblica e associata della capitale, senza dubbio. Ma nei trasporti si nota in tutto il suo dramma di una città ingolfata, ostaggio del traffico e delle lamiere, dove ogni spostamento è orchestrato dal caso: proprio come una fibrillazione atriale ignorata nel tempo può condurre a un ictus invalidante.

La stazione Repubblica è chiusa dal 23 ottobre dello scorso anno. Barberini, invece, dallo scorso 23 marzo (occhio al 23, nella smorfia napoletana indica il “buffone”, chissà che non sia una cifra profetica), Spagna dalla serata di quello stesso, caldissimo e inaugurale sabato di primavera in cui la Capitale, i suoi abitanti e i suoi stoici (perché nonostante tutto continuano a visitarla) turisti si sono ritrovati senza collegamenti per il “tridente”, il centro storico della città. Si accartocciano le scale mobili, in quei casi unica via di accesso alle banchine, rischiando neanche troppo metaforicamente (lo sanno i venti feriti dello scorso autunno) di ingoiare i passeggeri, ormai disabituati a standard europei che a ogni weekend trascorso in vacanza all’estero tornano a Fiumicino con la bocca aperta dallo stupore. I pezzi di ricambio latitano, le stazioni periferiche vengono saccheggiate, si continua così ogni giorno un po’ più brutti, sporchi e cattivi.

La fermata di piazza Esedra dovrebbe riaprire il 15 maggio ma nessuno si illuda. Il problema è strutturale e le responsabilità sono equamente ripartite fra il pre e il post Virginia Raggi, nel senso della sua elezione: una rete del genere non cade in malora in pochi mesi. Al contrario, vedi ancora quel bando così come la pervicacia nel contrastare la gara europea per il trasporto e l’allungamento del contratto di servizio al 2021, le mosse su Atac compiute negli ultimi due anni ne hanno senz’altro accelerato l’implosione. Tanto che gli standard di servizio, per ammissione della medesima, devastata municipalizzata in piedi solo grazie al congelamento del miliardo e mezzo di euro di debiti, sono smottati ancora, semmai fosse possibile peggiorare il peggio che esista.

Eppure è proprio quell’amore per le cose ben fatte a mancare. Circa 27 stazioni, sulle 75 che servono le tre linee e un “mozzico” (B1) della città, serbano un qualche disservizio, più o meno pesante. Gli ascensori sono fuori uso nelle fermate di Re di Roma, Manzoni, Baldo degli Ubaldi, Castro Pretorio, Basilica San Paolo, Torre Gaia, Torre Maura, Monti Tiburtini, Centocelle, Valle Aurelia. I montascale – che significa servizio off-limits per i disabili in un tessuto urbano già asfissiante – a Lucio Sestio, Giulio Agricola, Porta Furba, Numidio Quadrato, Ottaviano, Arco di Travertino, Colli Albani, Lepanto, Colosseo, Circo Massimo e Cavour. Anche quando saranno tutte e tre riaperte, la sostanza non potrà cambiare: il servizio è clamorosamente scarso, ricco di contraddizioni (come le oltre cento linee gestite dal consorzio privato privo di concorrenti Roma Tpl), con un tasso di assenteismo dei dipendenti superiore al 12%, un parco mezzi con un’età media di 12 anni (che viene tamponato con bus diesel di seconda mano affittati da Israele in attesa che 227 nuovi mezzi siano consegnati, non si sa quando, dalla turca Karsan che ha rilevato la fallita Industria italiana autobus) e molti chilometri in meno percorsi rispetto agli obiettivi del contratto di servizio: 15 milioni, con una diminuzione di 3,1 fra 2016 e 2017.

La serrata delle tre stazioni supercentrali è dunque solo il capolavoro che fa cascare le braccia lungo i fianchi e soprattutto fa contare i nodi attorcigliatisi intorno al pettine della più grande azienda di trasporto pubblico italiana: pasticci economici, mala gestione politica, spoil system selvaggio, menefreghismo generalizzato di chi lavora in Atac e di chi se ne serve, una spirale diabolica che sembra una maledizione di un qualche demone imbizzarrito e invece è solo un’autoflagellazione quotidiana.

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