Recensione di Antropocene – L’epoca umana

Recensione di Antropocene – L’epoca umana

Recensione del film Antropocene, pellicola che documenta il drammatico impatto dell’attività umana sul nostro pianeta.

Per gran parte del suo passato, l’uomo ha creduto che l’anzianità della Terra e quella della nostra specie combaciassero. Le prime civiltà complesse della Storia hanno plasmato un’escatologia fondata sulla creazione del pianeta a opera di divinità dalle fattezze umane, paradigma celeste dell’indole onnipotente che distingue l’homo sapiens sapiens fin da quanto ha scoperto che, mediante l’elaborazione tecnologica, poteva piegare la natura ai suoi scopi. È stato un processo lento il nostro, cominciato con la scoperta del fuoco, passato attraverso l’addomesticamento del bestiame, lo sfruttamento intensivo dei terreni agricoli, per le miniere di carbone, le trivelle, Chernobyl, il disboscamento dell’Amazzonia e che al momento è proiettato verso lo sfruttamento della Luna e di Marte per fini minerari.
Nel corso di 10.000 anni l’uomo è approdato dalla concezione animistica dell’ambiente e dal timore riverenziale verso le forze naturali, a una prospettiva antropocentrica di un cosmo che vede l’uomo come misura di tutte le cose.
Questa visione rimasta una mera fantasia fintantoché i limiti tecnologici hanno posto una barriera all’insaziabile appetito umano tuttavia, una volta infranti i cardini dei vincoli materiali e pragmatici, quella che prima era soltanto una fantasia è divenuta progressivamente la drammatica realtà: dall’antropocentrismo si è passati all’Antropocene, l’epoca del predominio umano sulla Terra e su tutte le specie animali e vegetali. Ed è proprio su questa tematica che è incentrato il nuovo docufilm del vincente trio canadese composto da Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky e Nicholas de Pencier.

Antropocene – L’epoca umana: progetto, regia e uscita in Italia

Antropocene è il frutto di quattro anni di elaborazione che hanno portato il team di lavoro ad attraversare tutti i contenti, salvo l’Antartide. Il progetto nasce dalla coesione multidisciplinare di due documentaristi del calibro di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier che hanno diretto con massima sapienza la videocamera all’unisono con il taglio fotografico di Edward Burtynsky.
Questo film rappresenta il terzo tassello nell’ambito di una trilogia composta da altre due pellicole –Manufactured Landscapes (2006) e Watermark (2013)– e si sviluppa sulla scia del gruppo scientifico di ricerca Anthropocene (dal greco anthropos, ovvero “uomo”) il quale, da 10 anni, sostiene che l’impatto umano sul volto della Terra sia così intenso da aver segnato il passaggio dalla metà del XX secolo dall’età olocenica (iniziata 11.700 anni fa) a un’epoca geologica caratterizzata dall’impatto umano sul pianeta, l’Antropocene.
Il film, presentato in anteprima il 1° luglio presso l’Isola del Cinema Roma (Isola Tiberina), è distribuito da Valmyn e Fondazione Stensen e l’uscita nelle sale cinematografiche italiane è prevista per settembre 2019.

Recensione del film

Antropocene è una pellicola che si muove per immagini. La narrazione non è che la cesellatura di quanto narrato con eloquenza dalle incredibili scene che si mostrano con tragica intensità sullo schermo.
Per veicolare al meglio il messaggio sono state impiegate le più avanzate tecnologie multimediali: il trio si è avvalso di installazioni cinematografiche, droni di ultima generazione, realtà aumentata e VR per restituire allo spettatore un’esperienza immersiva e travolgente.
Il lungometraggio presenta, con vividissime immagini ad alta risoluzione, il dramma di una natura vitale e dai colori argentini che viene sfregiata con foga razionalizzata. L’uso virtuoso della cinepresa ci consente di assistere nauseati a quella che appare a tutti gli effetti come la distruzione consapevole di un’opera d’arte, non molto differente dalle folli martellate che nel 1972 sfigurarono i marmi della Pietà di Michelangelo.
Un atto di vandalismo industriale che ha come sottofondo il grido muto di una terra che viene spogliata della sua fauna e della sua flora, per far posto a distese di ciminiere, cemento e cavi.
Antropecene spinge lo spettatore a prendere consapevolezza circa la filiera produttiva delle materie prime dei beni di consumo che ci circondano: vi siete mai chiesti come avvenga in Cile l’ossidazione del litio presente nelle batterie dei nostri dispositivi oppure quanto siano sconfinate le miniere di potassio negli Urali? Sapevate che la penalizzazione del traffico di avorio da parte del Kenya ha dato origine a Honk Kong a una compravendita perfettamente legale di zanne fossili di mammut -provenienti dal permafrost siberiano- per la produzione di oggettistica e complementi di arredo? Eravate a conoscenza del fatto che nella Germania orientale siano già state demolite per intero quattro città per far spazio a una gigantesca miniera di lignite e che altre due siano in progressivo smantellamento?
Il pubblico, rapito dalla pellicola, non distoglie lo sguardo dalla verità e accoglie con cordoglio quanto ognuno di noi contribuisca quotidianamente a questa mostruosa catena di montaggio.

Si è chiamati a realizzare attivamente, inoltre, la presenza intere comunità sparse per il mondo che proliferano e sopravvivono solo e soltanto in virtù di un rapporto parassitario e bivalente che lega loro allo sfruttamento del territorio e viceversa. È quanto avviene, ad esempio, fra i densi fumi della gigantesca discarica di Agbogbloshie, poco distante dalla capitale del Ghana, in cui vengono raccolte tonnellate di “rifiuti tech” proveniente dai paesi occidentali, nei quali quotidianamente frugano migliaia di mani appartenenti alla popolazione locale.
La maggior parte di noi non ha idea di come appaia crudele la rabbia con cui le escavatrici si accaniscono contro i blocchi di marmo nelle cave di Carrara (scena magistralmente esaltata nel film dall’uso della musica lirica,  che riporta alla memoria il binomio Beethoven-brutalità coniato da Kubrick con Arancia Meccanica) oppure di quanto sia in corso lungo le coste della Cina.
A Guadong, per proteggere le installazioni petrolifere dalle maree e dalle onde più violente, nell’arco di vent’anni è stato eretta una versione moderna e lunga 120 km della Grande Muraglia, la quale sta mettendo a serio rischio la biodiversità di tutta l’area marittima. Uno degli ingegneri responsabili dei lavori sostiene con orgoglio che quest’opera è destinata a durare nei secoli.
Un po’ come le statue moai dell’Isola di Pasqua, verrebbe da pensare. L’ultima testimonianza rimasta di una popolazione che, nella foga di sfruttare le risorse naturali per costruire queste opere grandiose, si è ritrovata a collassare su sé stessa in un territorio reso asettico e sterile. Estinguendosi.

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