Plastica, Greenpeace: ecco dove finiscono i rifiuti italiani

Plastica, Greenpeace: ecco dove finiscono i rifiuti italiani

Rotte della plastica, Italia tra i maggiori esportatori mondiali di rifiuti secondo un rapporto realizzato da Greenpeace.

Italia tra i principali esportatori mondiali di rifiuti in plastica. A sostenerlo un rapporto appena diffuso da Greenpeace, che sottolinea al contempo come i Paesi del Sud-Est asiatico siano diventati le destinazioni privilegiate non soltanto per quanto riguarda i materiali plastici gettati nel Bel Paese, ma più in generale per quelle provenienti dalle nazioni occidentali.

Malgrado le esportazioni di rifiuti in plastica siano praticamente dimezzate nel 2018 (rispetto ai dati 2016) Greenpeace si dice preoccupata dal fatto che la raccolta si stia concentrando in Paesi nei quali le legislazioni ambientali sono tutt’altro che rigorose. Il report “Le rotte globali, e italiane, dei rifiuti in plastica” pubblicato dall’associazione analizza il commercio mondiale di rifiuti prendendo in considerazione i 21 Paesi a più alta esportazione e i 21 maggiori importatori mondiali.

La pubblicazione in Cina nel 2018 di un bando per l’importazione di rifiuti in plastica ha innescato un “effetto domino”, prosegue Greenpeace, tale da far emergere diverse criticità e falle all’interno del sistema per il riciclo di questo materiale a livello mondiale. Il report è stato condotto analizzando esportazioni e importazioni di plastica associate al codice doganale 3915, relativo a: scarti di lavorazione, avanzi di materie plastiche, cascami e rifiuti industriali. Ha dichiarato Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia:

Nel 2018 la Cina ha cambiato politiche sull’import di rifiuti in plastica e ciò ha svelato la crisi del sistema di riciclo globale. Riciclare non è la soluzione, sono necessari interventi che riducano subito la produzione, soprattutto per quella frazione di plastica spesso inutile e superflua rappresentata dall’usa e getta che oggi costituisce il 40 per cento della produzione globale di plastica.

Focalizzando l’attenzione sull’Italia si nota come il Bel Paese si posizioni all’11esimo posto tra i 21 maggiori esportatori di rifiuti in plastica: poco meno di 200 mila tonnellate nel 2018 equivalenti, sottolinea Greenpeace, a “445 Boeing 747 a pieno carico, passeggeri compresi”. Tra le rotte più percorse, oltre a destinazioni europee come Austria, Germania, Spagna, Slovenia e Romania, quelle verso Malesia, Turchia, Thailandia, Vietnam e Yemen, nazioni che non dispongono di sistemi di recupero/riciclo adeguati.

Tali destinazioni asiatiche non permettono però di rispettare quanto previsto dal Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio del 14 giugno 2006, n.1013[1], secondo il quale “i rifiuti che escono dall’Europa possono però essere esportati solo in Paesi in cui saranno trattati secondo norme equivalenti a quelle europee in merito al rispetto dell’ambiente e della salute umana”. Come ha sottolineato Roberto Pennisi, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia:

Non si deve dimenticare che prima di esportare un rifiuto lo si deve sottoporre a un dato trattamento, e soprattutto si deve avere contezza del tipo di trattamento cui sarà sottoposto una volta giunto nel Paese di esportazione. In assenza di questi due requisiti, qualunque esportazione è da considerarsi illegale.

Lo stop alle importazioni di rifiuti in plastica operato dalla Cina ha innescato inoltre un fenomeno molto particolare all’interno dei confini UE, come spiega Pennisi:

Si tratta di un fenomeno di export via terra verso altri Paesi europei, magari Stati entrati da poco in Unione, dove i controlli sono meno accurati e si privilegia l’interesse economico al rispetto della legalità, dell’ambiente e della salute umana.

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