Plastica: l’enzima “Pacman” la dissolve velocemente

Plastica: l’enzima “Pacman” la dissolve velocemente

Fonte immagine: Pexels

Un enzima ispirato al videogioco Pacman è in grado di dissolvere la plastica in pochissimi giorni, rispetto alle centinaia di anni richieste in natura.

Plastica e inquinamento ambientale, nuove speranze arrivano da un enzima ispirato al famoso videogioco Pacman. È questa la scoperta fatta dall’Università di Portsmouth, unendo le proprietà di due enzimi diversi: l’elemento ottenuto è in grado di dissolvere la plastica sei volte più velocemente rispetto agli altri enzimi a oggi conosciuti.

L’intero processo richiede solo pochi giorni e permette di dissolvere gran parte dei composti in plastica, lasciandone solo minimi residui che possono essere raccolti e riciclati.

Enzima Pacman: la scoperta

L’enzima in questione, così come già accennato, si ispira al classico videogioco Pacman. È creato a partire da due enzimi distinti – la PETase e la MHETase – prodotti da un batterio già noto per digerire la plastica: l’Ideonella sakaiensis. La combinazione di questi enzimi non fa altro che accelerare il processo di degradazione naturale di questo materiale: anziché centinaia di anni, il tutto avviene in pochi giorni.

Rispetto al ricorso alla sola PETase, scoperta nel 2018, l’abbinamento con la MHETase permette di rendere l’intera operazione sei volte più veloce. I due enzimi sono particolarmente efficaci sul PET, ovvero una delle plastiche più diffuse. È quella scelta per bottiglie, bicchieri, posate e molti altri contenitori, i più frequentemente abbandonati nell’ambiente e causa dell’inquinamento dei mari.

Così come spiega John McGeehan, docente del sopracitato ateneo, l’abbinamento di questi enzimi permette di riportare i materiali plastici al loro stato originario, affinché possano essere impiegati in nuove produzioni senza dover ricorrere all’estrazione di combustibili fossili come petrolio e gas.

La PETase attacca la superficie della plastica, mentre la MHETase scompone ulteriormente il materiale. Ci è sembrato quindi ovvio provare a utilizzarli insieme, mimando ciò che avviene in natura. I nostri primi esperimenti hanno confermato il fatto siano in grado di lavorare meglio insieme, quindi li abbiamo collegati fisicamente grazie all’ingegneria genetica.

Serviranno nuovi studi per capire l’applicabilità nel reale di questa scoperta, ma le speranze sono elevate. Basti pensare come ogni giorno più di 700.000 bottiglie di plastica finiscano in mare.

Fonte: Daily Mail

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