PFAS in Veneto: Provincia e Arpav sapevano tutto da 13 anni

PFAS in Veneto: Provincia e Arpav sapevano tutto da 13 anni

Fonte immagine: Pixabay

Il Noe dei carabinieri ricostruisce in un documento la storia dell'inquinamento da PFAS in Veneto e accusa: Arpav e Provincia sapevano tutto già nel 2006.

L’inquinamento da PFAS poteva essere fermato, addirittura 13 anni fa, e precisamente nel 2006. È scritto nero su bianco nel rapporto presentato dal Nucleo operativo ecologico (Noe) dei Carabinieri di Treviso, che tira in ballo Provincia e l’Agenzia ambientale Arpav, accusate di non aver svolto il proprio dovere sullo stabilimento Miteni (il principale responsabile della diffusione di PFAS nelle acque venete).

I PFAS sono composti che hanno svariati campi d’applicazione. Possono essere riscontrati in materiali come goretex e teflon (in pratica, il rivestimento delle padelle antiaderenti), ma vengono anche utilizzati nei contenitori alimentari, nelle pelli, nei tessuti, nei detersivi e persino nei pesticidi. In Italia è stata appunto la Miteni a produrre questi composti fino all’ottobre del 2018, mese in cui l’azienda di Trissino (Vicenza) ha chiuso i battenti causa “fallimento”.

Secondo l’indagine svolta dalla Procura di Vicenza su quella che viene definita come “la fabbrica dei veleni”, responsabile del “più grave inquinamento delle acque nella storia italiana”, sarebbero 350 mila le persone interessate. Di queste, circa 90 mila persone sono state richiamate dalla sanità regionale a effettuare i dovuti controlli.

Fino ad ora sono 13 gli indagati per disastro ambientale, tutti ex dirigenti Miteni, ma il Noe sostiene che anche i vertici della Provincia di Vicenza (nel 2006 a guida di Manuela Lago della Lega) e quelli dell’Arpav erano a a conoscenza della situazione e hanno preferito tacere piuttosto che informare e agire.

Sul rapporto del Noe, che rappresenta la prima ricostruzione storica dell’accaduto, si è espressa anche Greenpeace, da tempo attenta alla questione PFAS in Veneto, che per bocca di Giuseppe Ungherese (Responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia) ha dichiarato:

L’inquinamento poteva essere fermato a metà anni 2000. Quanto emerge dal documento del NOE è gravissimo ma non ci risultano ulteriori filoni di indagine aperti dalla Procura di Vicenza a carico degli enti pubblici coinvolti. Ci auguriamo che la Procura agisca in fretta per definire un quadro chiaro ed esaustivo delle responsabilità e dei responsabili.

Greenpeace, contestando la scelta della Procura di Vicenza di fissare al 2013 l’anno un cui si fermano i reati commessi dai vertici Miteni, ha infine aggiunto:

La scelta della Procura di limitare gli accertamenti al 2013 implica l’inapplicabilità della normativa sui cosiddetti Ecoreati, entrata in vigore successivamente. Applicando la norma sugli Ecoreati, oltre alla possibilità di comminare pene più severe, si renderebbe minimo, almeno per alcuni degli imputati, il rischio della prescrizione.

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